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Richiedenti asilo: padre Rafic Nahra, “Israele sa cosa significa essere schiavo e diventare libero. Dia dignità a queste persone”

Annunciato e poi annullato l'accordo tra Israele e l'Uhncr per il ricollocamento in Paesi occidentali e la regolarizzazione con permessi di lavoro di circa 40mila richiedenti asilo eritrei e sudanesi. All'origine della decisione del premier Netanyahu le proteste degli abitanti dei rioni poveri di Tel Aviv che vorrebbero un'espulsione immediata dei migranti e le critiche all'intesa mosse da esponenti del suo partito, il Likud, e di quello nazionalista “Focolare ebraico”. Il commento di padre Rafic Nahra, coordinatore per la pastorale dei migranti: "Il popolo ebraico sa cosa significa essere schiavo ed essere liberato da Dio. Si ricordi di questa esperienza e la dignità che ha ricevuto, ora la dia anche ad altri".

Prima l’annuncio, poi il dietrofront: domenica 2 aprile il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato un accordo con l’Uhncr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) che prevedeva il trasferimento, nel giro di cinque anni, di poco più di 16mila dei circa 40mila eritrei e sudanesi, in larghissima parte richiedenti asilo, arrivati in Israele fra il 2007 e il 2012, attraversando il confine con l’Egitto nel Sinai, verso alcuni Paesi occidentali. Tra questi, secondo il premier israeliano, anche l’Italia, il Canada e la Germania. Contestualmente l’intesa prevedeva la regolarizzazione di altri 16mila immigrati attraverso il rilascio di visti di lavoro. Decisamente un passo avanti rispetto al progetto iniziale del premier che parlava di espulsione degli immigrati in Ruanda e Uganda, incoraggiata da un compenso di 3500 dollari a testa. Per chi avesse rifiutato, l’alternativa sarebbe stata la detenzione e l’allontanamento coatto. Il piano di deportazione era stato poi bocciato dalla Corte Suprema israeliana che aveva giudicato Ruanda e Uganda Paesi non sicuri. L’ accordo di Netanyahu con l’Uhncr è stato subito criticato da esponenti del suo partito, il Likud, e del Governo da lui capeggiato, e sconfessato da Italia e Germania che hanno negato ogni intesa. Forti proteste si sono levate anche da parte degli abitanti dei quartieri di Tel Aviv dove più forte è la presenza di migranti africani. Da qui il dietrofront. Saranno, dunque, le prossime settimane a chiarire il destino di questi immigrati – tra loro molti cristiani ortodossi e cattolici di rito ge’ez – sui quali pende la promessa di Bibi: “Manderemo comunque via quegli infiltrati”.

Padre Rafic Nahra

“Politici mostrino coraggio”. Padre Rafic Nahra, da settembre 2017, è il coordinatore per la pastorale dei migranti e vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica del Vicariato di San Giacomo in Israele.

“Auspico che i leader politici israeliani non si facciano influenzare dalle pressioni di una parte della popolazione israeliana contraria alla presenza di migranti nel Paese – dice al Sir commentando la vicenda -.

Spero che venga assunta una decisione umana,

rispettosa della dignità umana e del diritto di queste persone, degna della meravigliosa tradizione israeliana.

Il popolo ebraico, infatti, sa cosa significa essere schiavo, essere liberato da Dio e diventare un popolo libero. Israele si ricordi di questa esperienza e la dignità che ha ricevuto, ora la dia anche ad altri. È capace di farlo. Spero che i suoi leader politici abbiano il giusto coraggio.

Ho molto rispetto di questo popolo. Ci sono tantissimi israeliani, dotati di una splendida generosità, che aiutano i migranti e i richiedenti asilo.

La stessa generosità la mostrino anche i politici”.

“La notizia iniziale dell’accordo che prevedeva il ricollocamento di 16mila richiedenti asilo in altri Paesi che non fossero Ruanda e Uganda, dove non avrebbero goduto di nessuna protezione, e l’integrazione di altri 16mila in Israele ci aveva soddisfatto” spiega il sacerdote, nato in Egitto da una famiglia libanese e poi emigrato ventenne a Parigi, dove ha lavorato come ingegnere e iniziato il percorso nel seminario diocesano.

“Sarebbe stata un’ottima soluzione, umana e dignitosa. Basti pensare che di queste 40mila persone solo 11 hanno ottenuto ad oggi lo status di rifugiato. Purtroppo la forte pressione di sostenitori della coalizione del primo ministro ha fatto sì che l’accordo venisse annullato”.

Chiaro il riferimento anche alla visita del premier Netanyahu nei quartieri sud di Tel Aviv, dove massiccia è la presenza dei migranti africani e dei richiedenti asilo. In queste zone è attivo il Centro pastorale “Nostra Signora del Valore”, aperto nel febbraio del 2014. “Si tratta di quartieri degradati con alto tasso di crimine, droga, prostituzione. Ma è bene dire che si tratta di aree urbane che erano già povere prima dell’arrivo dei migranti.

Falso dire che i migranti hanno causato la piaga di queste zone. I migranti sono arrivati in luoghi già malati.

Quello che sta accadendo in Israele accade anche in altri Paesi occidentali”. Da parte sua la Chiesa locale “cerca di fare quel che può per aiutare i migranti e i lavoratori stranieri (in Israele si stima siano circa 200mila, ndr) in particolare le famiglie con figli. Ci prendiamo cura dei bambini mentre i genitori sono a lavoro. Offriamo anche il nostro punto di vista sui problemi che riguardano migranti, lavoratori stranieri, rifugiati ma purtroppo il nostro raggio di azione resta molto limitato. Ma non ci fermiamo e continuiamo ad assistere chi è nel bisogno così da essere davvero quella Chiesa madre dove tutti possono sentirsi a casa”.

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