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Apre le porte della clausura per i profughi eritrei in Etiopia: suor Akberet, “non ce la facciamo più a contare i morti”

Ad Addis Abeba, in Etiopia, le porte di un convento di clarisse cappuccine si aprono per dare conforto spirituale e un po’ di speranza ai giovani profughi eritrei. Pregano e piangono i tanti morti nel deserto o nel mare durante i “viaggi della speranza”. Alcuni più fortunati entrano in Italia con i corridoi umanitari finanziati dall’8xmille alla Chiesa italiana

(Addis Abeba) – “Io dico sempre: non partite, non ne possiamo più di contare i morti, nel deserto o nel mare. Cercate di cambiare la vostra vita qui. Ma siccome in Etiopia i rifugiati non possono lavorare, né tornare indietro nel nostro Paese, non hanno altra scelta”. Suor Akberet vive da 26 anni ad Addis Abeba, in Etiopia. È una monaca di clausura, clarissa cappuccina, il suo istituto è in Eritrea ma nemmeno lei può più tornare a casa. È fuggita durante la guerra tra i due Paesi, anche lei è una profuga eritrea. Ha già pianto due nipoti e altri parenti, morti nel deserto, in Libia o nel Mediterraneo, durante il viaggio della speranza verso l’Europa. E altri ne piange ogni giorno, dei tanti che ancora provano a partire, ma che non ce la fanno. Ma per quelli che restano, apre eccezionalmente le porte della clausura.

Due monache di clausura, una vita poverissima. Nel convento, una modesta casa di legno alla periferia di Addis Abeba circondata da un alto muro e poche piante di banano, sono solo due monache e fanno una vita poverissima.

Senza risorse né aiuti cercano lo stesso di dare un aiuto morale e spirituale, e un po’ di speranza, ad almeno 450 giovani e bambini eritrei, i figli dei campi profughi.

L’Etiopia accoglie circa 900.000 rifugiati sud sudanesi, eritrei e somali e ogni giorno ne arrivano a centinaia di nuovi. Molti si sono spostati insieme alle loro famiglie nella capitale etiopica: sono gli “urban refugees” che aiutano le due suore, quelli che ricevono un misero sussidio mensile dall’agenzia governativa Arra ma che per il loro status di rifugiati non possono lavorare, né costruirsi un futuro. Ogni tanto le suore fanno delle collette nella comunità per pagare almeno qualche borsa di studio.

Cinque in Italia con i corridoi umanitari. Suor Akberet, che vuol dire “Onorata” (da queste parti ogni nome ha un significato profondo), apre il grande portone anche per noi, ma prima saluta uno dei suoi amici, tra i 113 profughi dei corridoi umanitari tra Stato italiano, Comunità Sant’Egidio e Cei, che finanzia con fondi dell’otto per mille e agisce tramite Caritas italiana e Migrantes. Lui è uno dei più fortunati, perché la sua famiglia (moglie e due figli) sta per cambiare vita. Anche un’altra ragazza partirà. Altre centinaia di giovani resteranno qui. “Anche se sono contenti per chi ce la fa, sono un po’ dispiaciuti perché loro non avranno questa opportunità”, racconta suor Akberet, con il suo modo di parlare lento, pacato, in un italiano perfetto. Nell’altra stanza c’è un gruppo di una cinquantina di giovani, che stanno facendo un ritiro spirituale. Negli ultimi tempi un salesiano viene ogni tanto a celebrare messa. “Il popolo eritreo soffre tanto – dice -, non è bello che i familiari restino senza i figli”.

“Questi giovani trascorrono anni in situazioni dure, senza un futuro. E non ce la facciamo più a piangere chi muore durante il viaggio”.

Preghiere e pianti. Piangono e pregano le monache, nella loro cappella intima abbellita di veli bianchi, con la statua di santa Chiara e un quadro di san Francesco sul muro, nell’angolo dei grandi tamburi per i canti. Sulla parete esterna spicca la scritta: “La Chiesa è un ospedale per i peccatori, non un museo per i santi”.

Pregano tre giorni di seguito appena la comunità apprende la notizia che qualcuno dei suoi figli è morto o disperso.

Celebrano una messa come se fosse un vero funerale, pregano di nuovo sei mesi dopo, un anno dopo, perché il loro ricordo non svanisca nel nulla, come i loro corpi.

“Quanti sono morti nel deserto o nel mare? Sono talmente tanti che non riusciamo nemmeno a contarli”,

risponde la monaca, con una sofferenza costante che le parole non riescono a contenere.

“Di molti non sappiamo più nulla. È straziante quando le mamme vengono qui a chiedere notizie e dobbiamo consolarle. Tante si ammalano, per il grande dolore”.

“Aiutare quelli che rimangono”. Si alza un attimo per benedire il pane da offrire agli ospiti, insieme al thè e al buon caffè tostato alla maniera etiope. Poi continua a parlare delle sue preoccupazioni per questi ragazzi, per il suo popolo. Anche se è stata lei a segnalare ai responsabili dei corridoi umanitari cinque eritrei – “scelgo i poveri più poveri o quelli che hanno gravi problemi di salute” – non si dà pace per quelli che rimangono:

“Ho questo nel cuore: non vorrei fare preferenze, è giusto che anche altri abbiamo questa opportunità. Oppure aiutare quelli che rimangono. Non dobbiamo abbandonarli”.

Le due monache non ricevono sostegni economici di alcun tipo, nemmeno dall’Europa. Per aiutarle nella loro missione, precisando che si vogliono sostenere le suore clarisse cappuccine di Addis Abeba, rivolgersi all’Agenzia Habeshia di don Mussie Zerai, in costante contatto con loro.

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