In Italia 5 milioni di poveri. De Capite (Caritas): “È una buona notizia che non siano aumentati”

I dati diffusi dall’Istat dicono che, pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. Il dato “è stabile, ma non ci aspettavamo nulla di diverso”, spiega Nunzia De Capite, sociologa di Caritas italiana

In Italia sono 1,8 milioni le famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7%), per un totale di 5 milioni di individui (incidenza pari all’8,4%). Questa la stima diffusa a metà giugno dall’Istat relativa al 2018. In sostanza, rispetto al 2017, “la povertà è stabile, ma non ci aspettavamo nulla di diverso”, spiega Nunzia De Capite, sociologa dell’Ufficio Politiche sociali di Caritas italiana.

“È già una buona notizia il fatto che la povertà assoluta non sia aumentata”,

commenta la sociologa, rilevando che “se c’è chi si chiede perché non sia ancora diminuita, in realtà, vista la situazione in cui ci troviamo, dobbiamo ritenere un buon risultato il fatto che da un anno all’altro la povertà assoluta non sia cresciuta”. Questo perché, in attesa che comincino ad avere effetto le misure di contrasto alla povertà entrare in vigore nel 2019, “il Rei (Reddito di inclusione), per via di importi bassi, non ha impattato e le condizioni economico-sociali non sono assolutamente migliorate per cui, purtroppo, non c’erano da attendersi variazioni all’interno del fenomeno”.
Stando ai dati, infatti, pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. L’incidenza si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro).
“Sostanzialmente si conferma il modello italiano di povertà con concentrazione al Sud, famiglie numerose, titolo di studio medio-basso”, osserva De Capite.I dati dell’Istat confermano un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. È pari all’8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio. Anche tra i monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

La povertà assoluta in Italia colpisce 1.260.000 minori

(il 12,6% rispetto all’8,4% degli individui a livello nazionale).
Pur invitando a considerare l’elemento temporale nel fare delle valutazioni e a ragionare su un lasso di tempo molto più ampio che non di anno in anno, la sociologa afferma che “ci meraviglia un po’, ma non troppo, il fatto che non si sia neanche modificato né l’incidenza (quota di poveri sul totale della popolazione) né l’intensità della povertà (distanza rispetto alla soglia di povertà)”.

“C’è una cristallizzazione della situazione sulle fasce di povertà assoluta, anche se – prosegue – stiamo assistendo ad un cambiamento dei profili di povertà: per esempio, i dati EU-SILC a livello europeo, ci dicono che da qualche anno la povertà in Italia si è trasversalizzata. Questo significa che rimane il modello italiano di povertà (famiglie numerose, minori, Mezzogiorno) ma se, osserviamo le variazioni in 10 anni, la povertà assoluta aumenta al Nord, fra gli occupati, tra le persone con titolo di studio medio (diploma). In sostanza, la povertà assoluta ha rotto gli argini rispetto al modello”.

Quindi

“non solo non abbiamo meno poveri, ma le persone non sono diventate meno povere”.

“Il fatto che non si sia ridotta l’intensità della povertà – commenta la sociologa – ce lo spieghiamo perché il Rei prevedeva degli importi molto bassi che non aiutavano le persone a raggiungere la soglia di povertà e a superarla per uscire dalla condizione di povertà assoluta”. “Bisogna anche tener conto – puntualizza – che la rilevazione Istat in realtà coglie solo una parte del periodo di ricezione del Rei: importi bassi e una ricezione di soli 5/6 mesi appena hanno fatto sì che sembra non ci sia effetto di misure di contrasto”.

“L’impatto delle misure di contrasto – spiega la sociologa – lo registreremo sicuramente a partire dall’anno prossimo, quando avremo Rei e un inizio di Reddito di cittadinanza oltre all’effetto del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva). L’effetto cumulato delle misure che, avendo importi consistentemente più alti, porterà a variazione – questo dicono anche alcune simulazioni – dell’incidenza della povertà assoluta”.

In sostanza, “per via di misure più ‘robuste’ rispetto agli importi e platea di beneficiari molto più ampia,

dal 2020 e nei successivi due anni dovremmo registrare dei miglioramenti:

dovrebbe ridursi il numero di persone in povertà sul totale della popolazione e le persone in povertà dovrebbero diventare meno povere, per via di una riduzione dell’intensità della povertà”.
Non sarà comunque una riduzione consistente. “Rispetto alla quota di persone in povertà assoluta dovremo aspettare almeno un quinquennio per registrare dei risultati significativi”, anticipa De Capite, spiegando che “stando alle simulazioni della Banca d’Italia, il Reddito di cittadinanza dovrebbe raggiungere sei poveri assoluti su 10, con una capacità di presa maggiore nelle Regioni del Sud”. Ma “per com’è costruito – criteri che non tengono contro del costo della vita – una parte dei poveri assoluti del Nord sarà esclusa o non adeguatamente supportata dal Reddito di cittadinanza”.
I dati dell’Istat confermano poi le maggiori difficoltà per gli stranieri, tra i quali sono oltre un milione e 500mila quelli nella condizione di povertà assoluta, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%).
“Secondo alcune previsioni, per via del requisito di dieci anni di pregressa residenza in Italia, l’8% degli stranieri sarebbe escluso dal Reddito di cittadinanza. Si tratta di circa 90.000 nuclei che beneficiavano del Rei, una quota consistente di persone”, evidenzia De Capite. “Questo è un elemento di allarme, che va sicuramente monitorato. E, se è vero che per questi rimane in piedi la rete di supporto e sostegno promossa da soggetti sociali del territorio,

l’esclusione degli stranieri da una misura nazionale oltre a trasgredire il dettato costituzionale è assolutamente preoccupante”.

“Per queste persone – conclude la sociologa – vanno fatti degli interventi specifici, di advocacy e di pressione, perché la norma venga modificata. È una richiesta che abbiamo già segnalato nella fase dell’iter parlamentare e che continueremo a ribadire”.

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