Decreto sblocca-cantieri è legge. Roma (Rur): “Semplificare ma con regole chiare e trasparenti”

“Non è con i commissari che si sbloccano le situazioni. Lo sa chi è stato il primo a inventarli? Bettino Craxi. E siamo ancora lì, quando c'è un problema si nomina un commissario...”. Parla Giuseppe Roma, segreterio generale di Rur (Rete urbana delle rappresentanze)

“Le scorciatoie difficilmente riescono a risolvere problemi complessi”. È scettico, Giuseppe Roma, sull’efficacia del decreto sblocca-cantieri, ora convertito in legge. Roma guida la Rur (Rete urbana delle rappresentanze), un Centro di ricerca economica e territoriale nato nel 1989 su iniziativa del Censis, di cui peraltro il nostro interlocutore è stato a lungo direttore generale. La sua prospettiva non è quindi quella della polemica politica di giornata, ma quella di chi segue questi temi in tutto il loro spessore che è sociale, economico, tecnico, politico e senza pregiudizi ideologici. “Non è con i commissari che si sbloccano le situazioni. Lo sa chi è stato il primo a inventarli? Bettino Craxi. E siamo ancora lì, quando c’è un problema si nomina un commissario…”.

Però il problema c’è davvero. Lei stesso ha recentemente ricordato che secondo l’osservatorio del Ministero delle infrastrutture a fine 2017 erano ben 647 le opere ferme e incompiute e che l’associazione dei costruttori stima in 400 i cantieri programmati ma mai aperti.
Certo che il problema esiste. Ma a monte c’è un problema ancora più grande: siamo un Paese che ha rinunciato a investire in infrastrutture da almeno dieci anni. Il calo è stato di più del 60%. Abbiamo accumulato un grande ritardo tecnico-culturale senza risolvere alla radice la questione della trasparenza e senza aver realizzato le opere. Alla base di questa situazione c’è una convergenza di fatto tra una burocrazia che non punta al risultato ma soltanto a pararsi da eventuali errori e un’opinione pubblica che sottovaluta il tema oppure pensa che sia inevitabilmente collegato al malaffare.

Ma non è vero che in Italia sia impossibile fare grandi investimenti in modo efficiente, sicuro e pulito.

Le faccio solo un esempio, ma significativo: il grande Giubileo del 2000, con 600 cantieri a livello nazionale, almeno 5 miliardi di investimento a valori attuali, il 97% delle opere consegnate nei termini e un bilancio estremamente positivo sul piano del contenzioso e degli infortuni.

Come si è arrivati all’impasse in cui ci troviamo oggi?
Si possono individuare tre fattori. Il localismo, per esempio, che ha portato a un’estrema frammentazione degli investimenti e che impedisce di individuare correttamente le priorità. Non si possono mettere sullo stesso piano una grande direttrice internazionale e una strada di collegamento tra due capoluoghi di provincia. E, ancora, la mancanza di continuità, il continuo ritornare sulle scelte compiute. Gli investimenti in infrastrutture richiedono progetti di lungo periodo, non a singhiozzo.

C’è anche il nodo delle imprese che con il calo degli investimenti si sono indebolite, mentre sarebbe necessaria una continua innovazione ingegneristica e organizzativa.

Allora, tutto sommato, un decreto sblocca-cantieri era necessario…
Era necessario mettere mano alla situazione perché il problema non è la mancanza di soldi ma soprattutto il contenzioso. Attenzione, però. Non è affatto detto che liberalizzando tutto si ottenga il risultato di far ripartire i cantieri. Non ci dimentichiamo che già nel 2014 il governo di allora aveva lanciato lo sblocca-Italia. Aggiungendo o cambiando continuamente le norme non si fa che aumentare la confusione. C’è bisogno di semplificare ma con regole chiare e trasparenti e che individuino in modo preciso le responsabilità. L’amministrazione fa un progetto, ci mette i soldi (quelli che servono, non poche briciole dicendo che poi si vedrà…), quando il cantiere parte si attua un controllo rigoroso dello stato di avanzamento dei lavori e alla fine si collauda l’opera. Nel decreto, peraltro, ci sono interventi che non vanno in questa direzione.

Per esempio?
Il ritorno di quello che viene chiamato ‘appalto integrato’, in cui lo stesso soggetto realizza sia il progetto che l’esecuzione.

È un po’ come se il controllato fosse anche il controllore.

Oppure il recupero del criterio del massimo ribasso nelle gare, che è un pericolo per la qualità e la durata delle opere e può consentire forme di concorrenza sleale fra le imprese.

Un altro punto molto discusso è quello dell’innalzamento al 40% del limite per il subappalto…
Non farei una guerra sulle percentuali. Bisogna infatti evitare che sia proibito un livello ragionevole di integrazione fra diverse specializzazioni. L’importante è che ci sia un forte controllo della stazione appaltante e che sia questa ad essere effettivamente la responsabile dell’opera. Del resto l’Unione europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per le norme del nostro Codice dei contratti che limitano al 30% i subappalti pubblici e in tutti i casi, senza distinguere le situazioni in cui il subappalto è giustificato dalla natura delle opere. A me, comunque, il 40% sembra un limite ragionevole.

Altri articoli in Italia

Italia