L’acciaio di Taranto va in fumo: la storia dell’Ilva dal 1945 ad oggi

C’è un Sud amaro, senza più sogni ed aspettative, che cerca riscatto e crescita sociale, attraverso l’industria. E per raggiungere il “progresso” è disposto a privarsi dell’anima. Un sacrificio di cui al tempo non comprende la portata. Questo e tanto altro si scopre leggendo il saggio dello storico tarantino Salvatore Romeo, “L’acciaio in fumo, l’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi” (edito da Donzelli)

Sono gli anni ’60 e l’allora Italsider commissiona ad Emilio Marsili un documentario sul grande siderurgico che sta nascendo a Taranto. I testi scritti da Dino Buzzati, vengono enfatizzati dalla voce di Arnoldo Foà. “Tutto è rimasto immobile ed intatto dai tempi della Magna Grecia”, dice l’attore mentre i fotogrammi raccontano di ulivi secolari pronti per essere estirpati. Un paesaggio ormai obsoleto, su cui “gli uomini hanno costruito una cattedrale immensa, di metallo e vetro, per scatenarvi dentro il mostro infuocato che si chiama acciaio e che significa vita”, mentre “gli ulivi, il sole, le cicale significano sonno, abbandono, rassegnazione e miseria”. Il quadro che si vuole rappresentare è chiaro. C’è un Sud amaro, senza più sogni ed aspettative, che cerca riscatto e crescita sociale, attraverso l’industria. E per raggiungere il “progresso” è disposto a privarsi dell’anima. Un sacrificio di cui al tempo non comprende la portata. Questo e tanto altro si scopre leggendo il saggio dello storico tarantino Salvatore Romeo, “L’acciaio in fumo, l’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi” (edito da Donzelli, pp. 295).

Un testo necessario, da studiare piuttosto che leggere, per capire perché l’ex Ilva è nata tra i due mari e come e se può proseguire la storia contraddittoria e dolorosa, che lega la città al colosso della manifattura.

Il volume raccoglie con dovizia, gli anni del boom dell’acciaio e quelli della ‘vertenza Taranto’, il passaggio dal pubblico al privato, con la famiglia Riva, il cambio di età e mentalità della classe operaia dentro lo stabilimento, l’inadeguatezza della dirigenza politica ed imprenditoriale, fino a toccare il punto dolente della progressiva scoperta del danno ambientale causato ai cittadini dalle emissioni della grande industria. “L’Italsider arriva in una città in profonda crisi – racconta Romeo al Sir – che fino ad allora si era immaginata legata a doppio filo alla Marina Militare. Finita la guerra e le commissioni, con il declino dei Cantieri Navali, emerge una grave difficoltà che è economica, sociale e di identità. Taranto non sa più cosa l’aspetta e nelle classi dirigenti si affaccia il timore che la città scompaia. Da qui lo slogan ‘Taranto non vuole morire’, coniato da Tommaso Fiore”. L’arrivo della grande fabbrica sembra far tornare il sereno.

I mezzadri diventano metalmeccanici, si svuotano le campagne e si costruiscono palazzi forsennatamente, senza un piano regolatore serio.

La città si estende in lunghezza e cresce di numero. “Nella fase di grande sviluppo, Taranto è tramite, connette l’Italia con la storia, con il più importante processo di sviluppo che il mondo abbia mai vissuto e questo la porta a vivere dentro un piano complesso e contraddittorio”. Una cittadina con una responsabilità troppo grande sulle spalle “così quando il paradigma industriale inteso come modello di sviluppo decade ed il peso che l’industria aveva in Europa si sgretola, ne abbiamo traccia già negli anni ’70 – prosegue Romeo – la città entra in una forte crisi di identità, non sa più chi è. Questo porta a modificare il punto di vista sul siderurgico, che diventa da fonte di guadagno una gabbia d’acciaio, un corpo estraneo. Ci portiamo dietro un trauma, a Taranto, una nevrosi. Non so come finirà. Non è compito dello storico dirlo. C’è ancora una comunità? Non lo so ma dovremmo fare lo sforzo di sentirci tali, di assolvere a questo dovere”.

Mentre cerca se stesso, il capoluogo ionico barcolla. C’è angoscia, rabbia e disperazione per le tante morti a causa di tumori e malattie riconducibili all’inquinamento industriale. Ovvio che la tensione sociale sia altissima.

Il sindaco Rinaldo Melucci un mese fa ha chiuso due plessi scolastici del rione Tamburi, mandando a casa per giorni 708 alunni, ora smistati altrove tra le proteste dei genitori, che hanno occupato il municipio e presidiato le scuole. Quello del primo cittadino è un provvedimento ritenuto necessario in attesa di sapere da Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, quale sia la situazione, dopo il sequestro da parte della Procura di Taranto di nove ettari di terreno a ridosso degli istituti. Lì ci sono le collinette. Nate più di quarant’anni fa, dovevano servire da barriera ‘verde’ per le polveri di Ilva. Evitare che si spargessero sul quartiere. Invece per la magistratura sono diventate una discarica a cielo aperto di scarti industriali altamente tossici e cancerogeni provenienti dall’Italsider prima e dall’Ilva poi. I due istituti, inizialmente chiusi fino a fine marzo, per disposizione di Melucci resteranno sbarrati fino a conclusione dell’anno scolastico. Erano stati messi in sicurezza e riqualificati di recente, con una spesa di 8,1 milioni di euro, rientrante nel Contratto Istituzionale di Sviluppo. Mentre a due passi avevano i veleni delle colline-discarica.

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