“Regionalismo differenziato” per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna? Cerniglia (Cranec): “Frettolosa approvazione non farebbe che aggiungere altre criticità”

È la prima volta che ci si avvicina all'attuazione di quello che viene definito “regionalismo differenziato” o “asimmetrico”. In concreto come si sta profilando questo passaggio per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna? Lo abbiamo chiesto a Floriana Cerniglia, ordinario di economia politica alla Cattolica di Milano e direttore del Cranec (Centro di ricerche in analisi economica e sviluppo economico internazionale), una studiosa che da anni dedica molta attenzione al tema dei territori e delle autonomie

Il terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, riformato nel 2001 nell’ambito della revisione del titolo V della Carta, introduce la possibilità che siano attribuite alle Regioni, su loro richiesta, “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Da allora è la prima volta che ci si avvicina all’attuazione di quello che viene definito “regionalismo differenziato” o “asimmetrico”. In concreto come si sta profilando questo passaggio per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna? Lo abbiamo chiesto a Floriana Cerniglia, ordinario di economia politica alla Cattolica di Milano e direttore del Cranec (Centro di ricerche in analisi economica e sviluppo economico internazionale), una studiosa che da anni dedica molta attenzione al tema dei territori e delle autonomie.

In primo piano c’è la questione delle risorse. Uno dei presupposti della richiesta di maggiore autonomia, forse il principale, è l’esistenza di un grande “residuo fiscale”. In pratica le Regioni interessate riceverebbero dallo Stato molto meno di quanto effettivamente apportano attraverso le tasse e quindi vorrebbero trattenerne almeno una quota. E’ proprio così? La Svimez, per esempio, contesta sia il principio che la quantificazione di tale residuo.
Le Regioni stanno giocando su due piani: da una parte chiedono autonomia aggiuntiva su 23 competenze nella convinzione di saperle gestire in maniera più efficiente dello Stato. E dicono che potranno farlo a parità di risorse finanziarie: si tratterebbe cioè di un mero passaggio di risorse dal bilancio dello Stato al bilancio delle Regioni. Poi però in maniera esplicita, anche in documenti ufficiali, rivendicano di voler trattenere sul territorio i nove decimi dei tributi erariali nazionali allo scopo di ridurre il residuo fiscale, vale a dire la differenza tra i benefici che arrivano ai cittadini lombardi e veneti sotto forma di spesa pubblica e il loro contributo alla fiscalità generale con il pagamento delle imposte.

Tali richieste arrivano soprattutto dalla Lombardia e dal Veneto secondo cui i cittadini che vi risiedono contribuirebbero troppo al finanziamento di altre Regioni e queste ultime, viceversa, riceverebbero dallo Stato molto più di quanto versato in termini di tributi e imposte.

Ma la questione è totalmente mal posta. I residui fiscali sono soltanto il riflesso del fatto che Italia, come in tutti i Paesi, lo Stato opera una redistribuzione interpersonale tramite i programmi di spesa pubblica e tramite il sistema tributario che tratta individui uguali in modo uguale. Il nostro sistema considera irrilevante la residenza degli individui: un ricco residente in una regione del Nord e un ricco residente in una regione del Sud sono trattati dallo Stato allo stesso modo! Il punto è che se vogliamo ridurre i residui fiscali allora dobbiamo decidere che nei prossimi anni la residenza sarà una caratteristica rilevante per un trattamento differenziato degli individui da parte dello Stato. Un principio di equità tra individui basato sulla residenza alquanto “bizzarro” e “nuovo”, mi verrebbe da dire.

Un altro problema di grande rilevanza economica e organizzativa è quello del personale delle amministrazioni statali che dovrebbe essere dirottato alle Regioni per lo svolgimento delle ulteriori funzioni eventualmente attribuite. E’ un’operazione che coinvolge potenzialmente centinaia di migliaia di lavoratori. Che impatto avrà? Le Regioni saranno in grado di gestire realmente in modo più efficiente i loro nuovi compiti?
Difficile rispondere a questa domanda non avendo visto le bozze di queste pre-intese che dovrebbero essere firmate. Ricordiamo però che qualche anno fa, quando si era messa in campo la riforma Delrio sull’abolizione delle Province, una delle questioni più spinose da gestire era stata proprio quella del passaggio del personale alle Regioni. Qualche giorno fa è trapelata la notizia che se l’istruzione andasse alle Regioni gli insegnanti diventerebbero dipendenti regionali. Ma cosa significa nel concreto? Saranno pagati di più? E se sì, con quali risorse? Da maggiori tasse che pagheranno i cittadini di quelle due Regioni? O da risorse che potrebbero arrivare riducendo il residuo fiscale? Ma a risorse pubbliche date, la riduzione del residuo fiscale in alcune Regioni significa ovviamente minori risorse per la fiscalità generale, cioè in mano allo Stato. Non solo.

Se gli insegnanti diventassero dipendenti regionali, alle Regioni in questione verrebbero imposti dei vincoli? Per esempio sui trasferimenti da una scuola a un’altra o da una Regione a un’altra? Nessuno è in grado di fare valutazioni perché non sappiamo nulla di come sta andando la trattativa. Sappiamo soltanto che la richiesta di tenere l’istruzione è basata su argomentazioni efficientistiche. 

Qualche giorno fa, in un’intervista, la ministra Stefani ha detto che è impossibile che una Regione possa fare peggio dello Stato. Mi piacerebbe che qualcuno ponesse a sostegno di questa tesi argomenti più validi di una semplice presunzione di maggiore efficienza regionale e che, se possibile, desse anche una risposta alla seguente domanda: perché un insegnante una volta diventato “dipendente regionale” dovrebbe diventare anche più bravo?

La domanda fondamentale, comunque, riguarda le conseguenze che l’autonomia differenziata potrà avere sulla tenuta unitaria del Paese e sull’uguaglianza dei diritti dei cittadini su tutto il territorio nazionale. I favorevoli si richiamano di fatto all’esperienza delle Regioni a statuto speciale ma sul versante opposto si parla di un provvedimento “Spacca-Italia” e di “secessione dei ricchi”. Lei intravede dei rischi in questo senso?
Io vedo molti rischi per vari motivi. Anzitutto la frettolosità con cui si sta mettendo in campo questo processo senza alcuna discussione pubblica e politica su un tema così delicato e su una riforma di sistema. Non è una questione tecnica che riguarda tre Regioni. Le altre Regioni non sono state coinvolte, il Parlamento non potrà emendare il testo finale, ma potrà dire solo sì o no ad un testo pre-confezionato tra le parti in causa, in una trattativa di cui sappiamo poco o nulla: soltanto dichiarazioni di principio sui giornali. E infine, alla luce dell’esperienza acquisita in questi anni di applicazione del Titolo V riformato nel 2001, c’è molto consenso intorno al fatto che sulle competenze concorrenti tra Stato e Regioni andrebbe effettuata un’operazione di razionalizzazione. Una delle modifiche meno divisive nel dibattito sulla riforma Boschi-Renzi era quella che riportava alla competenza esclusiva dello Stato alcune competenze concorrenti. Ora non si può pensare di attivare tout court la particolare autonomia prevista dall’articolo 116 su tutte e 23 le materie per cui essa è possibile, senza alcuna discussione approfondita. L’attuale sistema di relazioni tra livelli di governo in Italia è caratterizzato da molte disfunzionalità e inefficienze. Una frettolosa approvazione di forme di regionalismo differenziato non farebbe che aggiungere altre criticità, dalle quali – vista la natura pattizia delle intese, un po’ come per le Regioni a statuto speciale – non si potrebbe tornare facilmente indietro.

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