Ricostruire dopo il terremoto. Mons. Russo (Fabriano): “Lo Stato ha riconosciuto la necessità di semplificazione per le diocesi”

Terremoto e ricostruzione. Un binomio che per il Centro Italia rappresenta, da ventidue mesi ormai, la scommessa più impervia tra attese, fatiche e il continuo sforzo per porre, mattone dopo mattone, i presupposti di un ritorno alla normalità il più velocemente possibile. A farsi principali interpreti di questo intento anche le 26 diocesi coinvolte dal sisma, che hanno chiesto di accelerare l’iter riguardante la ricostruzione dei luoghi di culto

foto SIR/Marco Calvarese

Terremoto e ricostruzione. Un binomio che per il Centro Italia rappresenta, da ventidue mesi ormai, la scommessa più impervia tra attese, fatiche e il continuo sforzo per porre, mattone dopo mattone, i presupposti di un ritorno alla normalità il più velocemente possibile. A farsi principali interpreti di questo intento anche le 26 diocesi coinvolte dal sisma, che hanno chiesto di accelerare l’iter riguardante la ricostruzione dei luoghi di culto. La richiesta, avanzata all’Ufficio di presidenza della Commissione speciale per l’esame del decreto legge 55/2018, recante “Ulteriori misure urgenti a favore delle popolazioni dei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, interessati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 24 agosto 2016”, avanzato dal governo al Senato, è stata approvata e, qualche settimana fa, è arrivata alla Commissione Ambiente della Camera. Ad intervenire in audizione, come rappresentante della Conferenza episcopale italiana, è stato mons. Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica e co-presidente dell’Osservatorio centrale per i beni culturali di interesse religioso di proprietà ecclesiastica. È con lui che facciamo il punto, a partire da “un dato senz’altro positivo in questo frangente: la necessità di semplificazione – chiesta con forza dalle diocesi interessate – ha visto un riconoscimento da parte dello Stato, che l’ha condivisa valutandola come realistica e da accogliere”.

Dopo quasi due anni la ricostruzione post-sisma è più critica e urgente che mai: qual è la situazione attuale?
Gran parte delle ricognizioni sono state fatte da tempo e, come sappiamo, non parliamo di un unico terremoto ma di eventi tellurici che, a più riprese, hanno avuto effetti devastanti su un territorio diversificato. Se ci riferiamo agli edifici di culto,

sono circa 3mila le chiese in totale danneggiate:

alcune sono inagibili, altre lesionate in modo gravissimo. Parliamo di strutture di dimensioni differenti, disseminate spesso in piccoli centri storici collocati nelle montagne dell’Appennino centrale. Non dimentichiamo, inoltre, che ci sono anche centinaia di edifici di proprietà ecclesiastica che hanno subito danni seri, come case canoniche, stabili per la pastorale, episcopi, archivi, musei, biblioteche, ecc.

Nell’intervento alla Camera, lei ha chiesto che nell’emendamento potessero “trovare adeguato bilanciamento gli interessi alla trasparenza, regolarità e sicurezza nelle procedure di ricostruzione, con quello alla celerità degli interventi, nel rispetto della natura soggettiva e delle competenze delle diocesi e a tutto vantaggio delle popolazioni coinvolte e del loro diritto a poter esercitare la libertà religiosa e di culto”. È soddisfatto del testo promulgato?
Dal passaggio al Senato e alla Camera emerge un aspetto incoraggiante. Inizia una fase importante che dovrà definire gli strumenti applicativi e le regole. Si tratta di una fase particolare, in cui auspichiamo che, quanto sarà conseguenza del confronto che si attiverà attraverso un tavolo tecnico condiviso con lo Stato, renda effettivamente possibile la ricostruzione attraverso la definizione di regole semplici e chiare, nel rispetto della legalità e della trasparenza.

Qual è la chiave del provvedimento?
È sulla semplificazione delle procedure che si concentra la novità. Quando è iniziato il percorso della ricostruzione, dopo le prime scosse del 24 agosto di due anni fa, venne dichiarato da parte degli uffici della ricostruzione che ci sarebbe stata un’unica stazione appaltante, lo Stato: pertanto l’impianto generale della legge è stato strutturato a partire da questo presupposto fondamentale.

Tuttavia, ci si è resi ben presto conto che da solo lo Stato non sarebbe riuscito a far fronte a tutte le esigenze e sono emerse le criticità che conosciamo, con conseguenti ritardi: abbiamo trovato difficoltà per l’attuazione delle prassi più semplici, come la messa in sicurezza.

Ordinanze come la n. 23 e la n. 32 emanate più di un anno fa, che avrebbero dovuto favorire la riapertura in poco tempo di edifici di culto lievemente danneggiati, solo in questi giorni vedono i primi cantieri aperti.

Il 25 luglio, a seguito del provvedimento, il Capo dello Stato Sergio Mattarella, ha inviato una lettera al premier Giuseppe Conte evidenziando alcuni “aspetti di criticità” e rimettendo “alla valutazione del Governo l’individuazione dei modi e delle forme di un intervento normativo idoneo a ricondurre a maggiore efficacia, in tempi necessariamente brevi, la disciplina in questione”…
Mi sembra che una delle preoccupazioni del presidente Mattarella sia quella di adoperarsi con maggiore chiarezza a che queste casette possano essere rimosse dai luoghi di interesse artistico. Lo scrupolo è condivisibile, ci auguriamo che vengano approntate presto le misure idonee per corrispondere a tale sottolineatura.

Si è parlato di chiarezza e regolarità: come ci si sta muovendo per tutelare la “salute” di questi territori e preservarli dal pericolo, ad esempio, di infiltrazioni mafiose?
È nel nostro pieno interesse che il percorso sia limpido, tanto nell’assegnazione degli appalti quanto nel corso dei lavori di ristrutturazione. Ricordo in tal senso l’esperienza del sisma che colpì le Marche e l’Umbria nel 1997: anche in quella occasione venne chiesto alle Chiese locali di divenire soggetti attuatori. Si condivisero così delle regole chiare e semplici per la ricostruzione dei luoghi di culto e si riuscì ad attivare un percorso che portò buoni risultati. Altri tempi forse, ma a volte si ha come l’impressione che non si tenga sufficientemente conto delle cose buone avvenute in passato.

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