Populismi e crisi delle istituzioni. Baggio: “La democrazia ha bisogno di manutenzione, le disuguaglianze sociali possono minarne le basi”

"Quando i rappresentanti non sono più uno strumento al servizio dei cittadini 'sovrani', ma diventano un ceto che persegue i propri interessi particolari, allora i cittadini cercano altre strade: ma bisogna farlo costruttivamente, non spinti dalla paura o dall'odio". Lo afferma Antonio Maria Baggio, professore ordinario di filosofia politica nell'Istituto Universitario “Sophia”

Democrazia, senso delle istituzioni, crisi della rappresentanza, populismo. Al di là delle convulsioni della cronaca politica, cerchiamo di andare alle radici delle dinamiche in cui il nostro Paese si ritrova immerso in questa fase così delicata della sua storia. Ci aiuta in questo percorso Antonio Maria Baggio, professore ordinario di filosofia politica nell’Istituto Universitario “Sophia”.

Antonio Maria Baggio

La lunga e difficile fase di formazione del nuovo governo ha avuto momenti drammatici, in cui la crisi politica sembrava essere diventata anche una crisi istituzionale, persino con un attacco diretto al Presidente della Repubblica. Che ne è stato di quello che si è soliti definire “senso delle istituzioni”? Non crede che ci sia anche un problema molto serio di cultura politica?
La democrazia italiana è molto giovane. Basti pensare che le donne votano soltanto a partire del secondo dopoguerra: pochi anni, se misuriamo con il metro della storia. Per questo non ci si deve mai stancare di rinforzare e “fare manutenzione” alla democrazia. E non soltanto sul piano delle regole giuridiche, perché ci sono anche una dimensione economica e una dimensione culturale:

le disuguaglianze sociali eccessive possono minare le basi della democrazia e non tutte le culture sono compatibili con il suo sviluppo.

La manutenzione deve essere effettuata su tutti e tre questi livelli. Quanto alle istituzioni, compresa la Presidenza della Repubblica, non si deve mai dimenticare che possiamo votare in maniera libera proprio perché esse sono costruire per garantircelo. Se le si vogliono cambiare, bisogna farlo insieme, attraverso le procedure costituzionali che mirano a favorire decisioni il più possibile meditate e condivise, più vaste delle maggioranze elettorali. Direi che bisognerebbe avere più senso delle istituzioni proprio quando si sente l’esigenza di rinnovarle.

Nel dibattito pubblico e nella propaganda politica si registra un uso disinvolto del concetto di “popolo”, talvolta contrapponendolo alle istituzioni in nome di un’idea molto ambigua di democrazia. Ma la nostra Costituzione all’art. 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nella forme e nei limiti che la Costituzione stessa indica…
Il popolo inteso nel suo senso più autentico è una realtà vivente, articolata, composta da persone consapevoli e responsabili, che si danno delle regole per organizzare la vita comune e risolvere eventuali conflitti. Non è una massa amorfa e indistinta. In questo senso restano di straordinaria attualità le parole di Pio XII nel radiomessaggio per il Natale del 1944, in cui al vero “popolo” si contrapponeva la “massa” come “moltitudine amorfa”, indicando in essa “la nemica capitale della vera democrazia”. E’ a questa massa che si riferiva già Machiavelli quando affermava che se il “principe” si allea con il “volgo” non c’è più un tribunale a cui ci si possa rivolgere. Il contrario dello Stato di diritto.

E’ questa la deriva a cui può condurre il populismo?
Al termine populismo vengono dati, comunemente, tanti significati diversi e si genera confusione. Certamente una delle sue caratteristiche è di stabilire un legame diretto tra un capo e una base popolare, in modo tale che tende a svalorizzare le strutture tradizionali della rappresentanza politica e a sostituirsi ad esse. In questo senso

è pertinente parlare di populismo in riferimento ai nuovi soggetti che sono emersi sulla scena politica, anche se il fenomeno non è nuovo per il nostro Paese.

Elementi di populismo erano presenti nel fascismo, negli anni in cui ebbe un largo consenso; in tempi più recenti, e in forme che non hanno a che fare col fascismo, troviamo elementi populisti nella Lega Nord e nell’esperienza politica “massmediatica” di Silvio Berlusconi. Tentiamo conto che il populismo presenta generalmente, almeno ai suoi inizi, aspetti di progresso e può mettere in moto dei processi di cambiamento utili. Quando analizziamo e, giustamente, in modo critico i nuovi soggetti, non dimentichiamo lo spettacolo negativo offerto in Italia da una parte rilevante della classe politica e che la situazione attuale è anche una reazione a questa degenerazione.

Il rischio è che la cattiva qualità dei rappresentanti finisca per mettere in cattiva luce l’idea stessa della rappresentanza politica, che è il fondamento stesso della democrazia.
La rappresentanza politica democratica, cioè scelta dal basso e non cooptata dall’alto, è nata perché ci si è resi conto che la decisione politica, per essere realmente funzionale al bene comune e non al tornaconto immediato di alcuni, doveva essere meditata e competente. E’ stata una conquista di civiltà, una garanzia per tutti i cittadini, soprattutto i più deboli. I potenti non ne avevano bisogno. Essa non nega la democrazia diretta:

la nostra Costituzione prevede strumenti quali il referendum e le leggi di iniziativa popolare.

Quando i rappresentanti non sono più uno strumento al servizio dei cittadini “sovrani”, ma diventano un ceto che persegue i propri interessi particolari, allora i cittadini cercano altre strade: ma bisogna farlo costruttivamente, non spinti dalla paura o dall’odio.

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