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Affrontare la crisi e superare la paura per non restare paralizzati

Ci sono paure patologiche: sono quelle che bloccano e paralizzano, sfociando il più delle volte in frustrazione e rabbia. A livello sociale, ciò avviene quando si ha a che fare con ciò che è diverso e mette in discussione le certezze, ritenute ormai acquisite: così, l’altro diventa una minaccia da cui difendersi. Oggi sono i migranti, qualche decennio fa erano gli albanesi e prima ancora gli ebrei. Giustamente il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel messaggio diffuso sabato scorso in merito alla questione dei migranti, scrive tra l’altro: “Non mi nascondo quanto sia complesso il fenomeno migratorio: risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche hanno l’effetto di renderlo, inutilmente, ancora più incandescente”

“Andare oltre la paura”. Colpisce come i settimanali diocesani, termometro e voci dei nostri territori, siano riusciti a cogliere all’unisono lo stato di salute attuale della società italiana. Come ogni settimana, hanno raccontato da un punto di vista originale e mai scontato, qual è quello del Vangelo, pensieri, interrogativi e preoccupazioni della gente. La sintesi di tante riflessioni emerge proprio in quell’“andare oltre la paura”. Quasi un invito che suona anche come impegno – andare oltre… a un’emozione, oggi più che mai, tanto diffusa: la paura.

Non è necessario essere grandi esperti per constatare quanto questa emozione, che gli psicologi definiscono primaria, la faccia ormai da padrone nelle nostre città. Basta fermarsi un attimo per strada per osservare i nostri atteggiamenti quotidiani. Ne parlava già due anni fa, in un’intervista tra le più lette del Sir, lo psichiatra Vittorino Andreoli: viviamo “in una cornice di civiltà disastrosa”. Oggi, aggiungeva, “domina la cultura del nemico: la superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa è una regressione antropologica perché si va alle pulsioni”. E le cronache di questi giorni non fanno altro che confermare queste parole. Dalla vicenda Aquarius all’omicidio di Soumaila Sacko, dai continui femminicidi agli episodi di bullismo, e l’elenco, purtroppo, potrebbe continuare…

Domina la cultura del “nemico”, frutto dell’incapacità di indirizzare la paura o meglio della capacità di qualcuno di far presa sulle paure, che stanno generando odio sociale.

Sia ben chiaro: la paura non esprime solo emozioni negative. C’è quella “sana” che si fa attesa per qualcosa da compiere o raggiungere. Basta pensare a una coppia che vive l’attesa per un figlio o ai ragazzi che in questi giorni si preparano agli esami scolastici. Sono quelle paure fisiologiche che irrobustiscono e migliorano la maturità umana. Di contro, ci sono paure patologiche: sono quelle che bloccano e paralizzano, sfociando il più delle volte in frustrazione e rabbia. A livello sociale, ciò avviene quando si ha a che fare con ciò che è diverso e mette in discussione le certezze, ritenute ormai acquisite: così, l’altro diventa una minaccia da cui difendersi. Oggi sono i migranti e i rom, qualche decennio fa erano gli albanesi e prima ancora gli ebrei. Giustamente il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel messaggio diffuso sabato scorso in merito alla questione dei migranti, scrive tra l’altro: “Non mi nascondo quanto sia complesso il fenomeno migratorio: risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche hanno l’effetto di renderlo, inutilmente, ancora più incandescente”. E, aggiungiamo, di rinchiuderlo in quel circolo vizioso di cui si autoalimentano i social, reiterando e amplificando a scapito della loro rilevanza, pertinenza e affidabilità contenuti infondati o, peggio, falsi. Così

le paure montano in una sorta di spirale che sembra resistere a qualsiasi tentativo di svelamento o smentita del falso.

Che fare? C’è una via d’uscita? “Il miglior antidoto contro le falsità – suggerisce Papa Francesco nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali di quest’anno – non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità”. Un percorso impegnativo che richiama la fatica e la bellezza del pensare e dell’impegno comunitario nella conoscenza. Il tutto a partire dall’ascolto, ritmato dai giusti tempi del silenzio e del discernimento. È la condizione indispensabile per accogliere ogni parola pronunciata, che si fa carne viva, e coglierne il giusto significato, nella sua storia, gioie e sofferenze comprese. Solo così svilupperemo gli anticorpi necessari per riconoscere limiti e problemi e, nella misura del possibile, vincere le paure sociali. Le nostre comunità, in questo, potrebbero davvero contribuire a una diversa cultura e insegnare tanto con profezia e creatività, evitando le sabbie mobili della disarmonia. Sì, è possibile superare la paura. Bisogna farlo. Pegno il restare nell’infantilità. Occorre andare oltre… È il giusto movimento per non restare paralizzati.

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