Le ospiti di “Casa Rut” a Caserta: libere dalla schiavitù, ora producono capi d’abbigliamento e accessori

Giovani donne migranti liberate dalla schiavitù della tratta sono oggi protagoniste di una nuova linea di prodotti di abbigliamento e accessori di viaggio. È il progetto "Journey with new hope" realizzato dall'associazione "BeAwareNow", con l'Ambasciata degli Stati Uniti d'America in Italia e il centro di accoglienza "Casa Rut" di Caserta delle religiose Orsoline

Abiti, magliette, borse e cinture realizzati con stoffe a motivi africani dalle giovani migranti ex vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Donne che oggi hanno trovato il coraggio di riprendere in mano la propria vita. Questi manufatti creativi legati al viaggio sono già in vendita nel laboratorio della cooperativa “newHope”, una sartoria etnica dove lavorano le ospiti del centro di accoglienza “Casa Rut” di Caserta, gestito dalle suore Orsoline del Sacro Cuore di Maria di Breganze (Vicenza), che da 22 anni operano su questo territorio difficile per sottrarre le ragazze alla strada. Oggi questi prodotti, simbolo dell’empowerment femminile e del riscatto sociale attraverso il lavoro, hanno sfilato nella splendida sala del Centro studi americano di Roma, indossati dalle ragazze africane e dalle studentesse del liceo artistico San Lucio di Caserta, che insieme hanno frequentato due workshop formativi condotti da esperti del settore della moda e delle cooperative sociali. Un modo per promuovere anche lo scambio e l’integrazione sociale. Il progetto “Journey with new hope” è stato realizzato dall’associazione “BeAwareNow”, con il finanziamento dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, in collaborazione con il centro di accoglienza “Casa Rut”. Le ragazze di “newHope” hanno potuto lavorare utilizzando 4.000 metri di sete, cotoni, tessuti di tutti i tipi arrivati in dono da “Gucci up”, un programma virtuoso di recupero degli scarti di produzione che supporta progetti sociali. C’è già l’intenzione di proseguire il progetto per i prossimi 3 anni.

La sartoria etnica. La cooperativa “newHope” è nata nel 2004 come costola di Casa Rut, per insegnare alle giovani ospiti, ma anche a donne italiane in difficoltà, attività di sartoria, con tanti volontari che vi ruotano intorno. Alcuni video girati durante i workshop documentano la piena attività del laboratorio, ma anche i drammi che sono dietro alla vita e al viaggio delle giovani migranti: “Ho camminato a piedi per tre mesi nel deserto, si arriva a bere la propria urina per sopravvivere”. “Quello che mi ha fatto più male è stata la perdita dei ricordi, le tracce del mio passato che parlano dei miei affetti”.

“Quando ho sentito chiudere dietro di me la porta di ferro è cominciato il mio incubo”.

In prima linea contro la schiavitù. Suor Rita Giarretta, responsabile del centro di accoglienza “Casa Rut”, ha raccontato la coraggiosa sfida, iniziata 22 anni fa, di “dare risposta ad un tema non facile in un territorio molto difficile”. “Aver incrociato gli sguardi di tante ragazzine sulla strada è stato un pugno sullo stomaco – ha detto -. Abbiamo capito che dovevamo avere il coraggio di affrontare in prima linea il fenomeno della tratta e della schiavitù”. Una delle ospiti, Blessing Okeidon, è diventata famosa per aver raccontato la sua storia, portata dalla Nigeria in Italia con l’inganno, nel libro “Il coraggio della libertà” (Paoline), che ora l’editore tradurrà anche in inglese per il mercato italiano, nella speranza che la sua testimonianza sia di stimolo e aiuto a tante altre ragazze ancora sulla strada.

“Le vittime della tratta sono persone che non possono scegliere”,

ha affermato Blessing Okeidon: “Ma la libertà è un diritto inviolabile di ogni essere umano. Libertà di poter fare ciò che si vuole, rispettando le regole e gli altri, senza essere costretti dalla povertà, dalla cultura e tradizione della società”.

Da sinistra Valeria Fedeli, Blessing Okeidon, suor Rita Giarretta

“No a linguaggio che produce odio”. Durante il dibattito la senatrice Valeria Fedeli, già ministro dell’Istruzione nel precedente governo, ha invitato il nuovo esecutivo “a non fare semplificazioni sul tema immigrazione e a distinguere tra uomini, donne, minori all’interno di un fenomeno molto complesso”. Fedeli ha puntato il dito contro “un linguaggio che può uccidere: dire che ‘è finita la pacchia’ significa continuare ad immettere odio verso le differenze”. Tiziana Bartolini, direttrice della rivista “Noi donne”, ha ricordato provocatoriamente: “Chissà se finirà la pacchia anche per quei 10 milioni di uomini italiani che usufruiscono di prestazioni sessuali a pagamento dalle vittime della tratta”.

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