Crisi demografica. Italia sempre più vecchia. Per Blangiardo (Milano Bicocca) “solo sostenendo la natalità si può uscire dal tunnel”

Fra 30 anni oltre un terzo degli italiani sarà over 65 con un inevitabile aumento della spesa per sanità e pensioni a fronte di una progressiva diminuzione della forza lavoro. Per il demografo Gian Carlo Blangiardo non c’è più tempo da perdere

Nel 2065, ovvero tra 47 anni, la popolazione italiana sarà pari a 54,1 milioni, con una flessione rispetto al 2017 di 6,5 milioni. È quanto calcola l’ Istat nel Report sul futuro demografico del Paese pubblicato lo scorso 3 maggio. L’Istituto di statistica stima inoltre un innalzamento dell’età media di cinque anni – per le donne supererà i 90 anni – e un preoccupante picco di invecchiamento. Secondo il rapporto, tra il 2045 e il 2050, il 34% degli italiani (oltre un terzo) avrà infatti più di 65 anni. Inevitabile l’aumento della spesa per sanità e pensioni e l’interrogativo sulla capacità dei governi di adeguare il sistema sanitario alle nuove esigenze e di sostenere quello previdenziale. Abbiamo analizzato questi scenari con Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia presso l’Università di Milano Bicocca.

Il professore non si scompone: “Nulla di nuovo o di sorprendente. Si tratta di un aggiornamento e un consolidamento delle previsioni che lo stesso Istat aveva fatto nel 2017, una messa a regime di quanto già da tempo anticipato. Sapevamo che la situazione è preoccupante e il trend non promette nulla di buono. La mancata crescita della popolazione significa mancata immissione di forze fresche: meno nascite oggi, meno lavoratori domani. Nel 2017 abbiamo registrato un saldo naturale negativo per 183 mila unità, ossia i morti hanno superato i nati di 183 mila unità. Elaborando i dati, l’Istat afferma che nel 2060 i nati potrebbero essere 400 mila e 800 mila i morti, con un saldo negativo di 400mila”.

“Se è da accogliere positivamente l’allungamento della vita media – prosegue Blangiardo – desta preoccupazione la prospettiva che fra un trentina d’anni oltre un terzo della popolazione avrà più di 65 anni.E quelli che hanno almeno 90 anni – oggi circa 700 mila – allora saranno 2 milioni e mezzo. Numeri davvero allarmanti: la mancanza di giovani comporta che la componente anziana diventi sempre più numerosa, una fascia di persone non produttiva e fragile sul piano sanitario alla quale occorrerà garantire cure adeguate attraverso un ripensamento di tutto il sistema”.

“L’interrogativo allora è: come coprire l’aumento dei costi se la fascia di popolazione attiva sarà sempre più esigua?”. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare gli assegni pensionistici. In altre parole: meno soggetti che producono risorse a fronte di un aumento del carico di spesa.

“Il rischio è che venga messa in discussione tutta una serie di equilibri e forse in futuro anche di diritti come cure sanitarie e pensioni”.

Come intervenire? “Anzitutto smettendo di nascondere la testa sotto la sabbia e prendendo atto della realtà per iniziare a governare il cambiamento. Ad esempio innalzando la soglia di pensionamento per chi è ancora in grado di produrre. Un sistema produttivo ha bisogno di forza lavoro mentre la bassa natalità fa crollare i numeri”. Ma questo non penalizzerebbe ulteriormente l’ingresso dei giovani? “No, a condizione che vengano incentivati corsi professionali, lauree richieste dal mercato e formazione continua”. Tuttavia, chiarisce l’esperto, ciò che soprattutto occorre è “avviare una seria politica demografica e familiare sostenendo la natalità non con misure disorganiche o frammentarie, ma con provvedimenti strutturali che aiutino realmente le coppie ad avere figli. Non basta il bonus bebè; servono serie politiche economiche, fiscali e abitative a favore delle famiglie, un sistema di tariffe più equo, servizi per la prima infanzia adeguati e a basso costo, congedi e misure di conciliazione famiglia-lavoro”.

Aiuti concreti “a chi desidera essere protagonista dell’investimento nel capitale umano di questo Paese, e non si tratta di inventare nulla: queste indicazioni sono già contenute nelle 40 pagine del Piano nazionale per la famiglia approvato nel giugno 2012 dal Consiglio dei ministri ma rimasto sulla carta. Manca purtroppo una cabina di regia con una visione di lungo periodo”.

Per Blangiardo è nondimeno necessario anche un salto culturale. “E’ vero che il lavoro è instabile, le famiglie fanno fatica e non vengono aiutate in nessun modo, ma è altresì vero che i giovani – e ci metto anche i mei figli – devono recuperare parole come sacrificio, voglia di rimboccarsi le maniche, capacità di accettare con coraggio e buon senso i rischi che la vita comporta. Invece, in attesa di certezze, rinviano la decisione di avere bambini per poi cercarli quando a volte è troppo tardi ed è già molto se riescono ad averne uno”.

Per invertire la tendenza in atto, insomma, “ognuno deve assumersi le proprie responsabilità e fare la propria parte”.

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