Il rapimento e la morte di Aldo Moro. Fioroni: “Era l’architrave del disegno di rigenerazione della democrazia italiana”

"Se Moro è stato rapito e ucciso è proprio per quello che ha rappresentato sul piano dei valori della politica. Per le Br e per tutti i terroristi - spiega Giuseppe Fioroni - i veri nemici non sono quelli che gestiscono il potere, ma quelli che hanno la forza delle idee, la forza di un pensiero che sa trasformarsi in azione e riforme"

Se la democrazia italiana si ritrova nell’impasse che è davanti agli occhi di tutti, è una conseguenza anche dell’assassinio di Aldo Moro, avvenuto quarant’anni fa, il 9 maggio del 1978. Questa interpretazione potrebbe apparire il frutto di un corto circuito storico e invece non lo è. Il perché lo spiega in quest’intervista Giuseppe Fioroni, oggi tornato al lavoro di docente presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, ma per più di vent’anni in prima linea nell’impegno politico come parlamentare, ministro e, in particolare, come presidente della commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse. “Vede – esordisce Fioroni – se Moro è stato rapito e ucciso è proprio per quello che ha rappresentato sul piano dei valori della politica. Per le Br e per tutti i terroristi i veri nemici non sono quelli che gestiscono il potere, ma quelli che hanno la forza delle idee, la forza di un pensiero che sa trasformarsi in azione e riforme”.

E Moro aveva questa forza…
Basti pensare che, cogliendo i segni dei tempi, aveva percepito con decenni d’anticipo che la Repubblica fondata sulle forze costituenti aveva iniziato la sua fase discendente e si stava scavando un pericoloso distacco tra i cittadini e la politica. D’altronde lo scenario di quegli anni vedeva, da una parte, una Dc costretta a vincere sempre e quindi sempre più seduta sul potere e incapace di progettare e riformarsi; dall’altra, un Pci ridotto a vendere chiacchiere nell’impossibilità di andare al governo, che generava nei suoi militanti un senso di alienazione e frustrazione. A fronte di questa situazione, Moro era l’architrave del disegno di rigenerazione della democrazia italiana.

Perché questo era il suo disegno, allargare la base popolare della democrazia con la condivisione di alcuni valori fondamentali al di là delle appartenenze di partito.

Liquidarlo riducendolo alla formula del “compromesso storico” impedisce di cogliere l’ampiezza e la profondità della sua visione. L’obiettivo di Moro era quella che lui stesso definiva “democrazia integrale” e il cui presupposto era lo sblocco del sistema democratico. Il suo era un pensiero lungo, profetico.

Dunque, l’assassinio di Moro ha interrotto questo processo. Con quali conseguenze?
Le conseguenze le vediamo oggi, il guado in mezzo al quale ci troviamo è anche il risultato della mancata rigenerazione della democrazia che Moro aveva immaginato e a cui stava lavorando. Dopo la sua morte ci si è tornati ad arroccare ciascuno nelle rispettive paure. A quella che si è soliti definire Seconda Repubblica è mancato proprio un autentico progetto politico di allargamento della democrazia. Ci si è illusi che bastasse cambiare la legge elettorale.

Moro invece aveva individuato un modello di democrazia che avrebbe portato gli italiani a votare con la consapevolezza che la politica è qualcosa di indispensabile perché nei partiti si riescono a scorgere valori e progetti.

Certo, poi si sceglie anche qualcuno che concretamente deve portarli avanti, ma se si riduce tutto soltanto alla scelta di qualcuno – com’è accaduto – allora la politica diventa un mero scambio utilitaristico: c’è qualcuno che chiede e qualcuno che dà.

La commissione parlamentare d’inchiesta da lei presieduta ha presentato la sua terza relazione nello scorso dicembre. Un lavoro imponente che ha portato a far emergere novità rilevanti di cui hanno ampiamente riferito le cronache. Al di là dei singoli aspetti, che idea si è fatto della “verità” sul caso Moro?
Innanzitutto che la verità giudiziaria si regge sul cosiddetto memoriale Morucci-Faranda e che questo ha i caratteri di un vero e proprio dossier. Tale documento, infatti, è il risultato di una lunga trattativa politico-giudiziaria che ha avuto per protagonisti magistrati, apparati dello Stato, elementi dei servizi non solo italiani, oltre ovviamente ai brigatisti, e che con la finalità di stroncare e chiudere definitivamente la stagione del terrorismo ha portato a circoscrivere il perimetro delle verità “dicibili”. Persino il modo in cui è stato ucciso Moro non è quello che ci era stato raccontato finora: i terroristi lo hanno ucciso guardandolo con ferocia negli occhi, sparando i primi colpi a bruciapelo in posizione eretta.

La volontà di tombare il terrorismo ha condotto all’assunzione di responsabilità da parte di alcuni e all’omissione di verità scomode per molti altri.

E ha anche impedito di sviluppare un’analisi convincente della vicenda del partito armato: le Br non erano isolate ma erano a pieno titolo nel cartello internazionale dell’eversione di sinistra. In particolare il lavoro della commissione consente ora di affermare che la vicenda Moro è strettamente connessa con il più vasto contesto internazionale del rapporto tra l’Italia e il Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, da quello del traffico d’armi a quello del rapporto tra terrorismo interno e terrorismo mediorientale.

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