La Costituzione italiana nel contesto europeo. Clementi: “Rinnovare il sistema dei partiti”

Francesco Clementi, professore di diritto pubblico comparato all’università di Perugia e docente presso la School of Government della Luiss, ricorda che "l’Europa per noi può essere soltanto un toccasana. Ci salva dai nostri vizi ed esalta le nostre virtù. Perché troppo spesso ci si dimentica che in Europa c’è molta più Italia di quanto non appaia nel dibattito pubblico"

La Costituzione italiana che compie 70 anni e il contesto europeo. E’ il tema che abbiamo affrontato con Francesco Clementi, professore di diritto pubblico comparato all’università di Perugia e docente presso la School of Government della Luiss. Con altri tre giuristi, Clementi ha curato “La Costituzione italiana. Commento articolo per articolo”, un’importante opera in due volumi che ha coinvolto uno stuolo di costituzionalisti ed è appena stata pubblicata da Il Mulino. “All’indomani della seconda guerra mondiale – spiega dunque Clementi – in Europa si è sentito con forza il bisogno di scrivere o riscrivere le Costituzioni. Riformulare le regole della convivenza civile era una risposta all’inciviltà che si era manifestata con i totalitarismi e le loro tragiche conseguenze. Questa ondata di costituzionalismo partiva da una grande consapevolezza: la presa di coscienza del valore dei diritti umani in sé. Diritti che non sono concessi dall’alto, ma che le Carte riconoscono nel loro valore intrinseco. I diritti umani diventano così anche diritti costituzionali, perno di un nuovo modello di convivenza civile, espressione di un modo diverso di vivere la comunità sociale, che veniva a rinascere. Un secondo elemento, ancora in reazione ai regimi che avevano condotto alla guerra, ma collegato anche all’emergere della società di massa, è il

passaggio da un modello monolitico del potere a un modello pluralistico.

La combinazione di questi due elementi – i diritti e il pluralismo – porta a mettere al centro il concetto di persona, quell’individualismo relazionato che è anche il punto di contatto tra il costituzionalismo di matrice anglosassone e quello continentale.

E in questo contesto come si colloca la Costituzione italiana?

La Costituzione italiana contiene il catalogo più completo e penetrante dei diritti, nella chiave personalista di cui ho già accennato. Inoltre sviluppa un’idea di Repubblica fortemente pluralista, sia a livello territoriale che sociale nonché, ovviamente, politico. Il pluralismo come metodo, il personalismo – non soltanto nell’ottica cattolica se vuole, ma proprio come riscoperta della figura umana in relazione con altri – come visione. A ben vedere, in sintesi, questo è il senso ultimo della nostra Costituzione. Che, su questi presupposti, naturalmente evidenzia innanzitutto il ruolo dei partiti politici come strumento decisivo, da un lato, per garantire il pluralismo, dall’altro, per favorire la riscoperta del modo di partecipare, tutti insieme, alla vita di comunità.

Non è un discorso molto di moda…

Lo so, mi rendo conto, ma resta il fatto che secondo la Costituzione italiana i partiti sono l’alfa e l’omega nell’interpretazione delle dinamiche istituzionali. Nella formazione del governo, per esempio, il Presidente della Repubblica entra con forza soltanto in presenza di partiti deboli, altrimenti è chiamato a svolgere un ruolo sostanzialmente notarile. Con un sistema partitico forte non ci sarebbe neanche questo continuo mutamento delle leggi elettorali, attraverso cui gli stessi partiti cercano convulsamente un nuovo baricentro. E si potrebbero fare, naturalmente, molti altri esempi. Nel dialogo tra società e istituzioni, sosteneva Costantino Mortati, grande costituzionalista e uno dei padri costituenti,

c’è bisogno di tenere aperto il più possibile il dialogo tra cittadini e istituzioni, tra eletti ed elettori.

Per queste ragioni, il disegno della Costituzione, in particolare, individua due percorsi: quello del rapporto mediato tra elettori ed eletti, secondo la visione della democrazia rappresentativa, e quello che passa attraverso alcuni strumenti di democrazia diretta. Quando sono andati in crisi i partiti, questi due aspetti sono entrati in conflitto. Così abbiamo visto i referendum usati dai partiti contro altri partiti o anche da chi non è nel palazzo per dare l’assalto al palazzo, per stare a una metafora corrente.

Dal suo punto di vista costituzionalista, come si supera questo conflitto?

Per cercare di ricostruire un sistema dei partiti strutturato e vitale ci sono due possibilità. O si insiste sulla strada percorsa finora e francamente – mi passi la battuta – assomiglierebbe tanto al tentativo di rimettere il dentifricio nel tubetto. Oppure si studiano i modi per vivificare e rinnovare il sistema dei partiti utilizzando proprio la forza della legittimazione diretta, ritornando ad un legame più stretto degli eletti con il territorio e valorizzando il principio della responsabilità politica rispetto ai cittadini.

Al tempo stesso, non si può non pensare che una legittimazione diretta delle istituzione potrebbe aiutarle a trovare nuova forza e nuova linfa, così come da tempo, e con i dovuti aggiustamenti, ormai è avvenuto in Francia.

Ma sono ipotizzabili anche altre soluzioni lungo questa linea. Il punto è non perdere di vista l’essenziale che è ricostruire sui fatti, cioè sulla responsabilità e dunque sul legame tra dire e fare se vuole, il rapporto tra cittadini e istituzioni. Insomma, migliorare la qualità della classe dirigente, in senso lato, che si occupa del governo di tutti noi, tramite la valorizzazione del principio di responsabilità. Senza responsabilità, dei singoli e dei gruppi collettivi, non ci sarà recupero di fiducia e di credibilità nelle nostre società.

Che rapporto c’è stato tra il processo d’integrazione europea e la nostra Costituzione?

Il fondamento va individuato chiaramente nell’articolo 11 della Costituzione, laddove si prevede la possibilità di limitazioni della sovranità in funzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni. Come De Gasperi e gli altri padri dell’europeismo avevano intuito, l’Europa per noi può essere soltanto un toccasana. Ci salva dai nostri vizi ed esalta le nostre virtù. Perché troppo spesso ci si dimentica che in Europa c’è molta più Italia di quanto non appaia nel dibattito pubblico. Non solo siamo uno dei sei Paesi fondatori, ma siamo anche lo specchio in cui gli altri hanno letto il proprio futuro. Nella Carta dei diritti europei – la Carta di Nizza – c’è molto della cultura politica e giuridica italiana. La nostra Costituzione è stata fonte d’ispirazione per le costituzioni di altri Paesi e per alcuni aspetti è stata praticamente copiata. Penso in particolare alla Spagna, al Portogallo, ma anche alla Svezia.

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