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Kosovo. Mons. Gjergji (Prizren-Pristina): “Non si devono correggere le frontiere”

Sotto la guida di Bruxelles si cerca di giungere ad un accordo reciproco con la Serbia. "Negli ultimi due anni non ci sono state delle tensioni", racconta mons. Lush Gjergji, vicario generale della diocesi di Prizren-Pristina. A suo avviso però, le proposte di "correggere i confini aprirebbero una reazione a catena nei Balcani che non finirebbe più"

“Sia albanesi che serbi dobbiamo accettare la nuova realtà”. Il piccolo stato del Kosovo, che ha dichiarato la sua indipendenza nel 2008, trova spesso posto nelle notizie internazionali, soprattutto ultimamente, quando sotto la guida di Bruxelles si cerca di giungere ad un accordo reciproco con la Serbia. “Negli ultimi due anni non ci sono state delle tensioni”, racconta mons. Lush Gjergji, vicario generale della diocesi di Prizren-Pristina. A suo avviso però, le proposte di “correggere i confini aprirebbero una reazione a catena nei Balcani che non finirebbe più”. Da molti anni mons. Gjergji, che preferisce farsi chiamare “don Lush”, è impegnato per promuovere la pace e il dialogo nella zona. Ma la sua fama si diffonde molto oltre i confini del piccolo Kosovo. E’ autore di 15 libri in italiano, albanese e croato su Madre Teresa, alla quale lo legano 29 anni di amicizia. Per diffondere la sua memoria, don Lush è invitato in tutto il mondo per diversi eventi dedicati alla Santa di Calcutta.

All’inizio di settembre è arrivata una notizia attesa da tanto dai cattolici in Kosovo, l’elevazione a diocesi di Prizren-Pristina. Perchè questo cambiamento era importante?

Il Santo Padre ha accolto un desiderio dei cattolici del Kosovo atteso a lungo. Proprio il 5 settembre, nella festa di Madre Teresa, il delegato apostolico in Kosovo, mons. Juliusz Janusz, ci ha comunicato la notizia. Dopo la disgregazione della Jugoslavia la diocesi di Skopje-Prizren non aveva più senso trattandosi di un territorio situato in Stati diversi e nel 2000 è stata eretta l’amministrazione apostolica di Prizren. Ora la nuova circoscrizione, diocesi di Prizren-Pristina rispecchia sia l’antichità che la modernità, Prizren come capitale antica spirituale del Kosovo e Pristina, il nuovo centro amministrativo dove si trovano le sedi delle autorità principali. Gli uffici della diocesi sono a Pristina, essa conta circa 50mila fedeli, circa il 4% della popolazione e il vescovo è mons. Dode Gjergji.

Un anno fa avete consacrato anche la nuova cattedrale di Pristina dedicata a Madre Teresa…

E’ stato un bellissimo momento di festa con il cardinale albanese Ernest Trosani, inviato dal Papa e molti vescovi dei Balcani. Purtroppo molti dei cattolici vanno all’estero a causa della mancanza di lavoro. E’ un problema grande per tutte le realtà della Chiesa cattolica nei Balcani.

I cattolici in Kosovo lavorano nel commercio, nell’agricoltura ma devo ammettere con dispiacere che per loro non ci sono sbocchi lavorativi nelle nuove grandi imprese che stanno nascendo.

Si tratta piuttosto di aziende familiari, cioè con proprietari musulmani che preferiscono assumere altri musulmani, nell’amministrazione pubblica invece devi essere promosso da qualche partito.

Nel Kosovo c’è una città particolare, divisa in due, Kosovska Mitrovica. Lei è anche direttore di Radio Maria Kosovo e nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce la messa veniva trasmessa da lì. Come è la situazione in questa zona?

Conosco bene il posto perchè ci andavo spesso a celebrare prima che ci fosse un parroco fisso. I cattolici abitano sia nella parte albanese che in quella serba. Negli ultimi due anni non ci sono stati dei momenti di tensione, ma sotto sotto, gli animi non si sono placati.

Tutti, sia albanesi che serbi dobbiamo accettare la nuova realtà arrivata dopo l’intervento della Nato durante la guerra.

L’unico modo di vivere insieme è cercare l’unità nella diversità indipendentemente dall’origine etnica, religiosa o nazionale. Come Chiesa cattolica nel Kosovo vogliamo essere dei ponti, dei portatori di pace tra le diverse realtà del Paese.

E invece cosa pensa delle proposte di alcuni politici ad alto livello di correggere i confini del Kosovo?

Tutte le frontiere dei Balcani non sono naturali, ma sono frutto di trattative raggiunte sul tavolo. Ma credo che assolutamente non si devono correggere le frontiere, si scatenerebbe una reazione a catena che non finirebbe più. Gli Stati nazionali in cui non ci sono altre nazioni o religioni non esistono più. Certamente bisogna dare ai serbi la possibilità di avere un’ampia autonomia, anche la minoranza albanese in Serbia merita gli stessi diritti e doveri del resto della popolazione. Prima di unire i territori, è necessario unire la mente e il cuore della gente, allora i confini saranno simbolici.

Quest’estate è stato celebrato anche il 90° anniversario della vocazione di Madre Teresa, una figlia del Kosovo. C’è un messaggio di Madre Teresa al quale i politici di oggi potrebbero ispirarsi?

La giovane Agnes Gonxha Bojaxhiu il 14 agosto 1928, nel santuario di Letnica, in Kosovo, decide di intraprendere la strada della suora missionaria. Per questo il Kosovo è legato in modo particolare alla Santa di Calcutta, nostra grande patrona. D’altronde

la popolarità e l’attualità del messaggio di Madre Teresa stanno crescendo sempre di più, in modo particolare nei Balcani.

Il 22 settembre a Rijeka (Fiume) sarà benedetta una statua della Santa con celebrazione solenne,presieduta da mons. Zef Gashi, arcivescovo emerito di Bar, mentre il 29 settembre a Treviso sono invitato a partecipare sempre alla benedizione di un monumento della Santa, bellissimo modello di pace e fratellanza. Madre Teresa aveva tre principi fondamentali, molto attuali per i nostri giorni: “Solo l’Amore salverà il mondo”, “La vita non ha senso senza sacrificio e amore”, “Le opere dell’amore sono opere della pace”. Infatti la pace esige un cambiamento radicale del cuore, non si basa soltano sul diritto. Dobbiamo anelare alla costruzione di un mondo più umano, più giusto e riscoprire la belleza dell’altro.

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