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Ue e Balcani, appuntamento a Sofia. Impegni e promesse, ma (per ora) non si parla di nuove adesioni

I capi di Stato e di governo dell'Unione arrivano nella capitale bulgara per il meeting con i "colleghi" di Serbia, Albania, Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Al centro dei colloqui la "connettività" all'interno della regione e con i 28. Ai Paesi balcanici si chiederanno, ancora una volta, riforme sulla via della democrazia e dello sviluppo economico e sociale, mentre l'Ue si impegnerà a inviare fondi e ad accompagnare il percorso verso stabilità e sviluppo. Il parere di un'esperta, Vessela Tcherneva. Il sostegno esplicito della Chiesa cattolica: la parola ai vescovi Proykov e Hocevar

Il presidente della Commissione Ue Juncker con il premier bulgaro Borisov

Confermare la prospettiva europea dei Balcani occidentali e trovare ulteriori modalità di collaborazione reciproca. Per l’adesione vera e propria, invece, bisognerà aspettare affinché i Paesi balcanici siano “pronti”, secondo le regole stabilite a Bruxelles. Con questo spirito i capi di Stato e di governo dei 28 Paesi membri dell’Unione incontrano a Sofia i loro omologhi dei 6 Paesi dei Balcani occidentali, ossia Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Il vertice ufficiale si svolge nel corso della giornata di giovedì 17 maggio, preceduto la sera di mercoledì 16 da una cena informale dei leader. Il Sir ha raccolto il parere dei vescovi balcanici e il commento dell’esperta Vessela Tcherneva.

Creare relazioni. È dal summit di Salonicco del 2003 che i Paesi Ue non sedevano allo stesso tavolo con i Paesi balcanici. Ma l’aria che tira in Europa è cambiata, la crisi si è abbattuta sull’economia, è arrivato il Brexit, sono fioriti i nazionalismi e i populismi. Eppure i Balcani occidentali, vicini di casa dell’Ue a lungo associati alla guerra e con tanti problemi interni, erano lì ad aspettare che arrivasse il loro turno… Perché senza l’Ue, la loro fragilità politica potrebbe evolvere in nuovi conflitti. Per questo a Sofia, i Paesi Ue insieme al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, parleranno non tanto di allargamento quanto di “connettività”, cioè rafforzare i legami tra l’Ue e la regione mediante le infrastrutture, la “connettività umana e digitale”. Si cercheranno modi per collaborare nell’affrontare le sfide comuni quali la sicurezza, la migrazione, lo sviluppo geopolitico e le relazioni di buon vicinato.

Il culmine della presidenza bulgara. Un altro Paese balcanico, già membro dell’Ue, la Bulgaria, presidente di turno dell’Unione nella prima metà del 2018, aveva deciso che facilitare l’integrazione dei propri vicini sarebbe stata la prima priorità durante la presidenza semestrale. “È arrivato il momento opportuno affinché l’Ue sia pronta a guardare oltre i propri problemi interni per occuparsi dei Balcani”, spiega al Sir Vessela Tcherneva, direttore dei programmi del Consiglio europeo per gli affari esteri e capo dell’ufficio di Sofia dell’organizzazione. A suo avviso, “anche la prossima presidenza austriaca continuerà il lavoro fatto da Sofia per i Balcani occidentali”. Infatti, dall’inizio del 2018 si sono moltiplicati i segni positivi da parte di Bruxelles verso questi Paesi dell’Europa Sud-Est: a febbraio è stata pubblicata la strategia per l’integrazione europea dei Balcani occidentali e i 6 Paesi interessati sono stati visitati dai vertici europei. “È possibile che la storia dei Balcani, che somiglia a un film horror infinito – ha detto con poco garbo Donald Tusk a Skopje –, possa trasformarsi in una produzione da Oscar con lieto fine”.

La voce dei vescovi. A favore dell’adesione europea dei Balcani occidentali è stata sin dall’inizio del processo la Chiesa cattolica che, tramite l’organo dei vescovi dei Paesi Ue, Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), ha dedicato una riflessione speciale in vista del summit di Sofia. “L’Europa è più di un’unione economica o geografica”, afferma mons. Christo Proykov, esarca apostolico e presidente dei vescovi bulgari citando le parole di Papa Francesco durante il “(Re)thinking Europe” svoltosi in Vaticano lo scorso autunno. A suo avviso, “i Balcani occidentali, grazie alla loro storia e cultura, già fanno parte della famiglia europea”. “In queste terre – aggiunge – dove l’Occidente e l’Oriente si incontrano, convivono da secoli diverse religioni”. Il presule ritiene che “nel proceso d’integrazione europea la varietà culturale e religiosa attuale deve essere promossa e preservata”.

Da Belgrado l’arcivescovo locale, mons. Stanislav Hocevar, aggiunge che “l’Ue è una grande realtà. Basti pensare che è stata fondata dalla Germania e dalla Francia, due Paesi che si odiavano fortemente”, rilevando il fatto che “dall’inizio del processo di integrazione comunitaria tra i Paesi membri non c’è stata la guerra”. Invece riconciliazione e pace rimangono tra i problemi attuali nei Balcani.

Servono dialogo e contatti. Secondo l’arcivescovo di Belgrado, però, “oggi purtroppo ogni Paese guarda solo il proprio orticello e non il bene della comunità, dilaga l’egoismo e questo ostacola l’integrazione dei Balcani”. “Invece – afferma ancora mons. Proykov – abbiamo bisogno di dialogo e spero che il 17 maggio Sofia diventi momento di dialogo e solidarietà per i Paesi Ue e i loro partner balcanici”. “È molto importante – aggiunge il presule – incoraggiare l’incontro tra le persone, le autorità, creare dei contatti personali e delle piattaforme per lo scambio di opinioni”. A suo avviso, “in questo processo le Chiese cattoliche locali possono avere un ruolo chiave perché già hanno degli ottimi contatti tra di loro”.

Senza grande entusiasmo. Dunque, cosa aspettare dal summit di Sofia? “Il 17 maggio non ci sarà il grande entusiasmo di Salonicco”, avvisa Vessela Tcherneva, che aspetta una dichiarazione finale del vertice piuttosto contenuta e molto pragmatica. “Credo che il messaggio ai Paesi dei Balcani occidentali sarà di continuare le riforme e mantenere gli impegni presi senza grandi promesse da parte di Bruxelles” perché “nelle società dell’Europa occidentale per ora non si guarda di buon occhio un ulteriore allargamento dell’Unione”. Secondo Eurobarometro, il 49% degli europei è contro un eventuale allargamento mentre in Francia e Germania le percentuali sono ancora più alte, rispettivamente il 67% e il 68%.

Pegno per la pace e le riforme. Dall’altra parte però ci sono i sei Paesi balcanici: Serbia e Montenegro che hanno già iniziato i negoziati, Albania e Macedonia che aspettano la conferma del Consiglio Ue per farlo e Bosnia-Erzegovina e Kosovo in stand by. Il pegno per le riforme e la pace nella fragile regione, secondo molti, è proprio l’integrazione europea. Ma Juncker ha più volte spiegato che per ora non si prevedono altri allargamenti: prima si era guardato a dopo il 2019, poi addirittura dopo il 2024. Tcherneva avvisa: “Negli ultimi tempi si vede un forte impatto da parte della Russia, della Cina e della Turchia nella regione”. “Probabilmente anche i vertici europei si sono chiesti se sono disposti a lasciare i Balcani occidentrai sotto l’influenza di questi Paesi e la risposta franca è no”, afferma l’esperta. Alla domanda se l’Ue si debba impegnare di più nella regione, la Tcherneva risponde: “Già ora alla Bosnia-Erzegovina e al Kosovo sono destinati tanti mezzi, ma l’Ue non può creare delle colonie. E spetta ai singoli Paesi scegliere dei governanti capaci di aiutare il cammino europeo che è il percorso verso un’economia funzionante e la piena democrazia”. “Purtroppo – afferma – attualmente i Paesi balcanici sono molto fragili, con un’economia poco sviluppata”.

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