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Vescovi svizzeri su suicidio assistito: “La Chiesa non può essere presente nella stanza al momento finale”

Succede sempre più spesso che, anche indipendentemente dal desiderio di ricevere un sacramento, i pazienti che contemplano il suicidio assistito richiedono un accompagnamento umano e spirituale e desiderano la presenza di un operatore pastorale o di una persona impegnata nella Chiesa. A volte la richiesta arriva al punto di desiderare un prete che possa accompagnare il paziente fino al momento della somministrazione del prodotto letale. Come rispondere? Un documento dei vescovi svizzeri esplora modi e tempi di accompagnamento spirituale e presenza

L’operatore pastorale deve lasciare fisicamente la stanza del paziente al momento stesso dell’atto suicida. Questa l’indicazione dei vescovi svizzeri contenuta in un Documento di 30 pagine diffuso oggi alla stampa dedicato al “Comportamento pastorale di fronte alla pratica del suicidio assistito”. I vescovi sono scesi in campo perché ormai da molti anni in Svizzera la pratica del suicidio assistito sta conoscendo uno sviluppo che ha condotto ad un aumento significativo del numero dei suicidi. Pratica – osservano i vescovi – considerata da un numero crescente di cittadini come una “soluzione accettabile di fronte alla sofferenza e alla morte”. Il Documento svizzero esordisce affermando che il suicidio assistito “è radicalmente contrario al messaggio evangelico” e la sua pratica “è un attentato grave alla protezione della vita della persona umana che deve essere protetta dal concepimento fino alla morte naturale”. La seconda parte del Documento affronta una domanda che evidentemente sempre più spesso viene posta agli operatori pastorali:

“La mia vita ha un senso con tanto dolore? Ho voglia di morire, potete aiutarmi?”.

Succede sempre più spesso che, anche indipendentemente dal desiderio di ricevere un sacramento, i pazienti che contemplano il suicidio assistito, richiedono un accompagnamento umano e spirituale e desiderano la presenza di un operatore pastorale o di una persona impegnata nella Chiesa. A volte la richiesta arriva al punto di desiderare un prete che possa accompagnare il paziente fino agli ultimi istanti, fino al momento cioè in cui il paziente ingerisce il prodotto letale. Come rispondere a tali richieste?

Prima di dare una risposta, i vescovi ripercorrono ogni tappa dell’atto di suicidio assistito per indicare momento per momento quale comportamento adottare. L’iter comincia quando la persona contatta l’organizzazione che garantisce assistenza al suicidio e invia una cartella clinica. Se l’associazione accetta di intervenire, si svolgono i colloqui preparatori e si stabilisce una data. A quel punto, uno o due membri di questa organizzazione (che di solito non sono dottori), si recano nella residenza della persona o nell’istituto in cui vive. La persona riceve prima un farmaco anti-vomito per evitare che il liquido mortale non venga rigettato. Mezz’ora dopo, viene ingerita la soluzione letale. I vescovi fanno notare come la morte non si verifica immediatamente ma solo dopo un periodo di tempo non trascurabile, durante il quale la persona rimane prima cosciente, poi perde gradualmente consapevolezza; il suo respiro si indebolisce e si verifica uno stato di “vita minima” prima della morte. La durata di questo processo varia da persona a persona e dal prodotto letale. Uno studio su 300 casi di suicidio assistito nel cantone di Zurigo mostra che una volta assunto il prodotto per via orale, possono passare da 7 minuti a 18 ore prima che sopraggiunga la morte, con una media di 25 minuti. Anche in caso di auto-somministrazione per via endovenosa, la morte si verifica solo dopo un tempo medio di 16 minuti. “Sorge una domanda difficile riguardo l’accompagnamento durante questi lunghi minuti di agonia”, scrivono i vescovi: “possiamo lasciare una persona nella sua solitudine durante questo momento?”.

“L’orientamento generale, con tutto il discernimento richiesto, richiederebbe di accompagnare le persone che hanno deciso di suicidarsi, “il più lontano possibile” ma poi l’operatore pastorale ha il dovere di lasciare fisicamente la stanza al momento in cui viene somministrato il farmaco. Tre sono le motivazioni che i vescovi danno per spiegare che questo comportamento non significa “abbandonare la persona”: uscendo dalla stanza, la Chiesa testimonia di essere sempre in favore della vita mentre- e questa è la seconda osservazione – la presenza di un operatore pastorale al capezzale di una persona che deliberatamente commette un atto suicida, potrebbe essere interpretata come una “assistenza o cooperazione” da parte della Chiesa. Per la terza motivazione, i vescovi invitano a riflettere sull’impatto psicologico che l’assistere “impotenti” ad un suicidio può avere sulle persone che circondano il paziente. Chi ha fatto questa esperienza, racconta quanto sia rimasta traumatizzata per mesi, anche anni.  Il documento esplora il delicato capo dei sacramenti (da considerarsi sempre “sacramenti della vita e per la vita” e non per la morte), l’accompagnamento spirituale ed umano dei familiari, degli amici, di chi si è preso cura del paziente. Tutto il testo è attraversato da una sollecitudine: prendere sul serio il desiderio di suicidio e non perdere mai la speranza che questo desiderio sia reversibile e che possa con il tempo trasformarsi in un desiderio di vita. “L’esperienza dimostra che dietro la richiesta di suicidio spesso si nasconde un desiderio non formulato, che deve essere decifrato e approfondito”.

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