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A un mese dal viaggio del Papa. Mons. Martin (Irlanda), “la tutela dei minori non diventi all’interno della Chiesa una partita di calcio”

Ad un mese dal viaggio di Papa Francesco in Irlanda, intervista a mons. Eamon Martin, presidente dei vescovi irlandesi: "Sarebbe un vero peccato se una questione così importante come la tutela dei minori diventasse una partita di calcio fra persone che hanno approcci diversi all’interno della Chiesa in cui ognuno cerca di segnare più punti. Possiamo proteggere i minori, e di fatto proteggere anche la Chiesa, lavorando tutti insieme su questo problema. Se ci troviamo invischiati in una sorta di guerra culturale all’interno della Chiesa, allora perderemmo di vista il nostro obiettivo, che è la tutela dei bambini e delle persone vulnerabili"

L'arcivescovo Eamon Martin

“Il Papa ha lasciato un’impressione molto positiva in Irlanda. Non c’è dubbio che ha portato gioia e amore dovunque è andato”. Bilancio più che positivo ad un mese dal delicato e difficile viaggio di Papa Francesco in Irlanda. Il Sir lo ha chiesto all’arcivescovo di Armagh, mons. Eamon Martin, presidente della Conferenza episcopale irlandese. “Ha colpito la sua capacità di costruire un rapporto con i senza tetto, quando ha visitato il Centro di assistenza diurna dei Cappuccini. Il suo sorriso, la sua capacità di gioire con le giovani coppie che hanno appena iniziato il loro cammino insieme”, racconta l’arcivescovo. “Chiaramente ha lasciato un’impressione molto positiva ai sopravvissuti agli abusi. Hanno sentito che lui davvero li ascoltava fino in fondo e che li capiva. Ci ha dato la sensazione di una persona che è un Pastore, ma che è anche un padre, che vuole incoraggiare tutti noi nel nostro cammino di fede e nella nostra vita familiare”.

Quando il Papa è venuto in Irlanda, sono uscite pubblicazioni riguardanti situazioni di abusi, non solo in Irlanda ma anche in altri paesi, inclusi gli Stati Uniti. Lei ha avuto paura che questo avrebbe rovinato la visita di Papa Francesco?
Quella degli abusi sui bambini e sulle persone vulnerabili è una questione molto sentita, molto scottante in Irlanda.

Ogni volta che questa problematica riemerge sulla scena internazionale, riapre delle ferite non rimarginate.

Quindi è stato molto difficile per noi il fatto che, nelle settimane immediatamente precedenti all’Incontro mondiale delle famiglie, la stampa e i media irlandesi e internazionali siano tornati a concentrarsi su questa terribile storia di tradimento, crimini e peccato all’interno della Chiesa. Eravamo preoccupati di quali conseguenze avrebbe avuto, considerando anche che da circa tre anni stavamo lavorando per la preparazione di questo evento.

Come ha reagito il Papa?
Il Papa si è fatto carico di questa questione, riconoscendola appieno, affrontandola di petto, non cercando in alcun modo di evitarla, e facendovi riferimento in quattro – mi sembra – dei suoi discorsi principali. Hanno colpito molto la sua testimonianza nell’incontro con le vittime degli abusi, il suo personale ed aperto atto penitenziale che ha pronunciato al termine della Messa finale, in cui ha detto: “Io chiedo la misericordia del Signore per questi peccati”, e li ha nominati: peccati di tradimento, vergogna, silenzio.

Non ha avuto paura di parlarne chiaramente e di implorare la misericordia di Dio.

(Foto Vatican Media/SIR)

Tutto questo avveniva mentre era in corso l’Incontro mondiale delle famiglie che è stato caratterizzato invece da un’esplosione di energia, di vita e di gioia. Come potevano conciliarsi questi due stati d’animo?
La vita di tutte le famiglie è caratterizzata da alti e bassi, da momenti di gioia e di sofferenza. Ma è vero anche nel caso della Chiesa, perché siamo una famiglia di famiglie, quindi anche noi dobbiamo saper sorridere per le gioie e i momenti belli, e piangere per gli errori, i peccati e le sofferenze del passato.

(Foto Vatican Media/SIR)

Il Papa ha convocato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali a Roma in febbraio per una profonda riflessione collettiva sulla questione degli abusi. Cosa ne pensa?
Penso che sia molto importante, e sono molto contento che il Papa abbia convocato questo incontro. Sembra che la Chiesa sia lenta nell’imparare dalle sue esperienze in alcuni Paesi. Per esempio in Irlanda, negli Stati Uniti, in Australia, in Germania, in Gran Bretagna queste situazioni sono andate avanti per molti, molti anni. Abbiamo imparato attraverso esperienze amare che occorre avere procedure e norme molto vincolanti e metterle in pratica con l’aiuto dei fedeli laici. Abbiamo anche imparato l’importanza dell’affidabilità delle autorità pubbliche e civili e anche di quelle canoniche.

La cosa triste è che sembra che ci voglia molto tempo perché queste idee vengano assorbite e assimilate.

Quali sono le sue aspettative?
Mi auguro che l’incontro di febbraio con le persone, che sono passate attraverso tutto questo, riesca a risvegliare il resto della Chiesa rispetto a questa realtà. Per lungo tempo la Chiesa – purtroppo in modo così simile a quanto avviene nelle famiglie – ha pensato di poter gestire tutto questo con il silenzio o comunque facendo in modo che se ne parlasse il meno possibile. E qui – l’altra cosa triste – entra in gioco il concetto di negazione: “Questo non sarebbe potuto succedere nella nostra famiglia! Questo non sarebbe potuto succedere nel nostro Paese!”. Quindi mi auguro che un grande incontro di respiro internazionale, della Chiesa universale, possa neutralizzare la tentazione di tanti vescovi e persone che svolgono un ruolo direttivo nella Chiesa, che pensano: “ma questo è un problema irlandese, o inglese, o anglo-sassone…”. Invece questa è una terribile tendenza criminosa, peccaminosa presente nella persona umana. Quindi non possiamo permetterci di mantenere il silenzio su questo.

Le persone non si accontentano di parole, di documenti, vogliono i fatti. Anche Mary Collins insiste su questo. Nella sua esperienza nella Chiesa irlandese – che indubbiamente ha fatto molto per passare dalle parole ai fatti – qual è la cosa più importante che potete dare alla gente?
Penso che Mary Collins sia una magnifica testimone in questo campo, quando afferma che le azioni possono fare molto di più delle parole. Questo è verissimo.

Non possiamo proteggere i bambini con parole scritte su una pagina.

Quello che abbiamo imparato in Irlanda è che possiamo proteggerli con uno stato d’allerta. Ognuno deve essere vigile e attento a quello che succede intorno. Quindi dobbiamo tutti impegnarci, soprattutto i laici, in modo molto attivo su questo terreno. Dobbiamo essere perfettamente affidabili nei confronti della autorità civili: ogni volta che riceviamo una denuncia, deve essere subito trasmessa alle autorità civili, in modo da poter seguire l’iter corretto in conformità con il diritto penale. Naturalmente la parte difficile per la Chiesa è come affrontare la situazione con le proprie autorità ecclesiali rispetto a come hanno gestito le situazioni. Questo risulta particolarmente difficile quando parliamo di abusi storici, di qualcosa che è successo magari 30 anni fa, quando non erano in vigore le normative attuali e i vescovi e le autorità ecclesiali dell’epoca cercavano di gestire le situazioni tenendole il più possibile sotto silenzio. Le procedure attuali dicono chiaramente che dobbiamo essere il più possibile trasparenti, responsabili e affidabili. Una cosa che mi interessa più da vicino è la questione della giustizia. Dobbiamo fare in modo che le persone accusate di aver compiuto questi abusi rispondano di ciò di cui sono responsabili, ma in modo giusto, con un equo processo. Similmente, i processi lanciati dai media per sospetti o per insinuazioni, sono pericolosi, perché distolgono dal vero obiettivo, che è la protezione dei minori, e portano la concentrazione sul desiderio di vendetta, di avere la testa del nemico sul proprio piatto, ecc. La mia esperienza con il problema degli abusi è che funziona nel modo migliore basandosi sul principio di sussidiarietà. Non penso che alcun documento prodotto dalla Santa Sede possa davvero cambiare la pratica delle cose in materia di tutela dei minori. Questo deve cominciare da noi che lavoriamo sul terreno, nella nostra pratica quotidiana.

Oggi Papa Francesco è sotto attacco. Perché questo accade?
Sarebbe un vero peccato se una questione così importante come la tutela dei minori diventasse una partita di calcio fra persone che hanno approcci diversi all’interno della Chiesa in cui ognuno cerca di segnare più punti. Possiamo proteggere i minori, e di fatto proteggere anche la Chiesa, lavorando tutti insieme su questo problema.

Se ci troviamo invischiati in una sorta di guerra culturale all’interno della Chiesa, allora perderemmo di vista il nostro obiettivo, che è la tutela dei bambini e delle persone vulnerabili.

Tutto il resto va discusso in sede separata e in un altro momento, ma quando parliamo di tutela dei bambini e delle persone vulnerabili, dobbiamo affrontare questa problematica insieme, non dividerci e combatterci fra noi.

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