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Sinodo dei giovani. Mons. Hollerich (vescovi europei), “essere una Chiesa dinamica, non statica”

Una rivoluzione. È quanto la Chiesa deve mettere in atto perché i giovani in Europa possano provare la gioia di abitarla e trovare Dio. E questa rivoluzione consiste nell’essere “discepoli di Gesù, che vuol dire essere quelli che seguono Cristo, non quelli che sanno tutto, quelli che camminano per trovare le risposte, non quelli che hanno una soluzione per ogni problema. In una parola, essere una Chiesa dinamica, non statica”. Intervista a mons. Jean Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e responsabile della Commissione “giovani” del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), sulle “sfide” del Sinodo dei giovani in programma a Roma nel mese di ottobre

foto SIR/Marco Calvarese

Una “rivoluzione”. Non nei contenuti ma nei linguaggi, non nelle formalità ma nel modo di essere. È quanto la Chiesa deve mettere in atto perché i giovani in Europa possano provare la gioia di abitarla, conoscere e trovare Dio. Non ha timore di usare il termine “rivoluzione” mons. Jean Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e responsabile della Commissione “giovani” del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). Il Sir lo ha intervistato a margine dell’incontro dei portavoce e degli addetti stampa delle Conferenze episcopali che si è svolto a Roma dal 26 al 28 giugno e che ha dedicato uno spazio di approfondimento e dialogo al Sinodo dei giovani. Mons. Hollerich, che oggi presiede la Commissione dei vescovi Ue (Comece), è forse la persona più giusta per parlare di giovani: ha passato lunghi anni in Giappone dove ha insegnato ed è stato cappellano all’Università Sophia di Tokyo.

Mons. Hollerich, chi sono i giovani?

Sono giovani molto secolarizzati. Giovani che non conoscono più la Chiesa. Se nel passato c’era una generazione contro, oggi i giovani non sanno più cosa è la Chiesa. Credo che sia una sfida per noi, perché possiamo sviluppare una pastorale per i giovani senza le resistenza di una volta. Sono giovani che vogliono essere felici e hanno paura di non trovare la felicità, il senso della vita. Hanno paura di impegnarsi in una relazione di coppia, perché vedono che per i loro genitori non ha funzionato. Hanno paura addirittura dell’amore, dell’impegno che dura. Sono giovani aperti ad una ricerca di Dio ma penso anche che per rispondere a questa ricerca, noi dobbiamo cambiare il nostro linguaggio. Siamo troppo teologici e i giovani non capiscono quello che diciamo. Dobbiamo utilizzare i linguaggi delle immagini, dei film che i giovani guardano. Dobbiamo entrare nel loro mondo e non aspettare che siano loro ad entrare nel nostro, e portare con noi Dio nella consapevolezza che non siamo noi a convertire ma è solo Dio che può farlo. Dobbiamo allora cercare di creare nel loro mondo uno spazio per Dio.

Chi sono invece gli adulti?

Molto spesso questi adulti non sono più cattolici. Abbiamo in Lussemburgo giovani che ci raccontano che i loro nonni non vanno più in Chiesa. Dunque c’è tutta una generazione che non sa più niente sulla religione. Sono adulti che hanno scelto il benessere materiale e i giovani vedono che quel benessere non ha funzionato, che la ricchezza non ha dato loro la felicità. Al tempo stesso aspirano al benessere dei loro genitori e hanno paura di poterlo raggiungere.

Giovani più poveri dei loro genitori. Emerge in Europa una nuova povertà?

Una nuova povertà e una insicurezza che si è impadronita dei giovani perché sanno, per esempio, che c’è un sistema pensionistico che non funzionerà più quando loro avranno l’età dei loro nonni. Sono preoccupati ma non lo esprimono a parole. È piuttosto un peso che si portano nel fondo del loro cuore.

Dica la verità: la Chiesa ha paura dei giovani?

Spero proprio di no. Io non ho paura dei giovani. Io ho bisogno dei giovani. Solo con il rapporto personale con loro, io riesco a vedere veramente come sono, come pensano, come sentono. Solo se li conosco in profondità, solo se stringo con loro una amicizia sincera, posso parlare ai giovani. E la Chiesa ha fatto un passo meraviglioso con il pre-Sinodo. Sono molto grato al Papa e al cardinale Baldisseri per questa opportunità perché in quella occasione i giovani hanno potuto sperimentare di essere in dialogo con la Chiesa, e soprattutto sperimentare di essere presi sul serio dalla Chiesa con le loro domande, i loro dubbi, con la loro fede. Il  giovane del Lussemburgo che ha partecipato al pre-Sinodo, è rimasto colpito soprattutto dal fatto che il Papa gli domandava la sua opinione.

Ecco, cosa chiedono secondo lei i giovani alla Chiesa?

Credo che sia molto diverso da Paese a Paese. Da noi i giovani non vanno più in parrocchia perché – ci dicono – la gente che trovano a messa è troppo vecchia. Si è persa la generazione intermedia. E poi non capiscono bene il linguaggio. Alcuni dicono di non essere d’accordo con quanto sentono, altri ancora trovano che il cristianesimo degli adulti è molto più culturale che religioso. Ma tutti cercano una autenticità. E penso che la persona del Papa rappresenti ai loro occhi questa autenticità cristiana che cercano. Noi dobbiamo prendere il Papa come modello, essere persone autentiche e parlare – lo dico anche ai vescovi – con i giovani. Parlare dei dubbi che anche noi abbiamo avuto, delle esperienze che abbiamo fatto di Dio e  ammettere anche quello che non siamo riusciti a fare. I giovani ci domandano una conversione. Dobbiamo essere quello che diciamo e vivere quello che annunciamo.

Lei ritiene che la Chiesa debba fare una rivoluzione al suo interno perché dalle sue porte tornino ad entrare i giovani?

Sì, e questa rivoluzione consiste nell’essere innanzitutto cristiani che leggono la Sacra Scrittura e trovano nelle narrazioni del Vangelo l’ispirazione della vita. Significa diventare discepoli di Gesù, essere quelli che seguono Cristo, non quelli che sanno tutto, quelli che camminano per trovare le risposte, non quelli che hanno una soluzione per ogni problema. In una parola, essere una Chiesa dinamica, non statica.

Cosa si attende dal Sinodo?

Vorrei che segnasse una nuova partenza. Per una pastorale giovanile fatta “con” i giovani e non “per” i giovani. A livello europeo abbiamo avuto un incontro a Barcellona in preparazione del Sinodo e pensiamo, se i vescovi sono d’accordo, di fare la stessa cosa nel post-Sinodo a Cracovia. Questo sarà il mio lavoro perché ci sia una nuova spinta, una nuova ripartenza.

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