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Consiglio europeo: Tusk certifica populismo e paure. Sulle migrazioni la parola passa ai 28 leader Ue

La riunione dei capi di Stato e di governo del 28 e 29 giugno è chiamata ad affrontare temi delicati e pressanti: dai flussi migratori alla governance economica, dal Brexit alla difesa comune. Ma sono i barconi e le navi in arrivo dall'Africa a contrapporre gli Stati membri, con un dibattito finora segnato da chiusure e interessi (leggasi egoismi) nazionali. I cittadini attendono risposte che non possono essere nuovamente rimandate

È tutto impostato sulle paure il Consiglio europeo che va in scena a Bruxelles il 28 e 29 giugno. Da una parte i timori oggettivamente diffusi in una parte rilevante della popolazione europea in relazione alla questione-migratoria. A furia di soffiare sul fuoco, alimentando emotività e fobie (anche per fini elettorali) senza rispondere concretamente al problema, la percezione dei flussi migratori è diventata la prima delle preoccupazioni di italiani e tedeschi, britannici e polacchi, greci e persino svedesi o irlandesi. Superando ogni altra reale e imminente questione, compresi disoccupazione e terrorismo. Tutto ciò in una fase in cui – lo attesta ogni fonte – gli arrivi in Europa sono fortemente diminuiti. Dall’altra parte, i timori pervadono gli stessi leader politici che, non sapendo come far fronte al dramma di chi scappa dalla propria terra sotto la minaccia della guerra o della povertà, si dividono tra loro, rimpallano le responsabilità (tecnicamente si chiama “scaricabarile”), si assegnano reciproche colpe… restando peraltro con le mani in mano.

Con tali premesse, difficilmente uscirà qualcosa di buono dal vertice di questi giorni. O meglio, qualche pur rabberciata soluzione-tampone potrebbe emergere, non fosse altro che per consentire a ciascuno dei capi di Stato e di governo di tornare a casa propria vantando chissà quale risultato. Ma ancora una volta prevarrebbero modesti interessi di stampo politico-elettorale senza andare al dunque delle origini dei flussi e del loro controllo, senza fornire una risposta dignitosa a chi rischia di essere inghiottito dal mare, senza porre le basi per una condivisione solidale e corresponsabile in sede europea delle stesse pressioni migratorie. Lo ha rilevato anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, inviando il 27 giugno ai ventotto leader la lettera di invito al summit. Una missiva tutt’altro che formale dove fra l’altro si legge: “Sempre più persone iniziano a credere che solo un’autorità con il pugno duro, anti-europea e illiberale possa fermare l’immigrazione illegale. Se la gente lo crede, allora può credere a tutto quello che viene detto”. Tusk aggiunge: “Ci sono voci in Europa e in tutto il mondo che affermano che la nostra inefficienza nel salvaguardare i confini esterni sia una caratteristica intrinseca dell’Unione europea, o, più in generale, della democrazia liberale”. Ancora: “Abbiamo assistito alla creazione di nuovi movimenti politici che offrono risposte semplicistiche alle domande più complicate” e “la crisi migratoria fornisce loro un numero crescente di argomenti”.

Insomma, Tusk certifica che il populismo – che diversi leader presenti a Bruxelles fomentano e cavalcano volentieri – è una realtà, un malessere diffuso che irrompe al summit obbligando a imbastire qualche soluzione sulle migrazioni. Risposte che non si sono trovate in dieci anni. “La posta in gioco è alta. E il tempo breve”, rafforza Tusk. Il quale, per indicare un tentativo di uscita dall’impasse, mette in fila tre mezze-proposte: realizzazione di centri di sbarco (“piattaforme regionali”) al di fuori dell’Ue; maggior cooperazione con i Paesi di origine dei flussi (guardando soprattutto alla guardia costiera libica per pattugliare il Mediterraneo); creazione di una specifica posta di bilancio Ue indirizzata alla lotta contro l’immigrazione illegale. Così non si parla nemmeno più di “Piano Marshall” da 40 miliardi per lo sviluppo dell’Africa, di coerente riforma del sistema di asilo (superando il principio del primo Paese di approdo), di ricollocamenti obbligatori, di linee di migrazione legale…

Si perdono per strada gli appelli e il lavoro svolto da Commissione e Parlamento Ue per affrontare a 360 gradi il fenomeno migratorio. La solidarietà tra i 28, a sostegno dei Paesi più esposti, in primis l’Italia, rimane nelle pieghe della diplomazia. Lo sguardo al futuro di un’Europa che non fa figli e che ha bisogno di giovani generazioni, di talenti e di energie provenienti da altri continenti è immolato in nome – appunto – delle paure dei politici di perdere consensi. Quelle paure che, in un modo o nell’altro, si portano a Bruxelles Angela Merkel (che sui migranti rischia una crisi di governo), Giuseppe Conte (pressato dal suo ministro dell’Interno a fare il muso duro agli altri 27 leader), Emmanuel Macron, Pedro Sanchez e tutti gli altri. Ciascuno a rivendicare le proprie ragioni, ad elevare muri (i premier centro-orientali ne sono diventati l’emblema), a rassicurare i propri elettori: “qui i rifugiati non metteranno piede”.

Ma se l’unico scopo del summit sarà quello di scaricare su altri il “peso” dei migranti, quale potrà essere l’esito sugli ulteriori argomenti del vertice? Si dovrebbe discutere di difesa e sicurezza comune, di governance economica (riforma Uem, rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità, Unione bancaria), di bilancio pluriennale Ue, di Brexit. È lecito attendersi risultati modesti oppure rinvii strategici: salvo poi sentire ciascun leader dare la colpa “all’Europa che non prende decisioni e non agisce”. Trovare un capro espiatorio per mettersi la coscienza a posto è un vizio dell’umanità dagli albori dei tempi: ma questo non risolve i problemi sul tappeto, non porta quei risultati che invece i cittadini attendono con ansia, non apre la strada per riformare e rilanciare l’Ue della quale tutti gli Stati membri, lo riconoscano o meno, hanno bisogno nell’era globale. Previsioni negative? Resta, forte e solida, la speranza di essere smentiti.

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