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Prova d’appello per l’Unione europea: sui leader nazionali il peso delle scelte

I capi di Stato e di governo dei 28 Paesi membri si riuniranno la prossima settimana per il Consiglio europeo, chiamato a trattare un fitto ordine del giorno comprendente i principali nodi della politica continentale, dalle migrazioni all'economia, dalla sicurezza al Brexit. Si tratta di una nuova occasione per rilanciare concretamente l'integrazione. Altrimenti si profila il rischio di sgretolare la "casa comune", aprendo la strada agli egoismi nazionali e indebolendo l'Europa sulla scena mondiale

L’Unione europea è costantemente a un “tornante decisivo”, a un “giro di boa”, nei pressi di un “incrocio pericoloso”, a una “svolta”, pronta a fare un “passo avanti” oppure un “balzo indietro” secondo le diverse espressioni utilizzate dagli interlocutori di turno. Il che riflette – nel bene e nel male – la natura stessa dell’integrazione comunitaria intesa, sin dalle sue origini, nel secondo dopoguerra, come un “cantiere aperto”, un processo in divenire. Un fluire irrisolto e in costante dialogo-tensione con la storia, con le profonde, perpetue trasformazioni interne al Vecchio continente e con i mutamenti che intervengono sulla scena mondiale.

Un continente “sospeso”. Così anche questa fase della storia dell’Unione europea lascia intravvedere – si potrebbe dire – un punto di non ritorno. Pressata da nazionalismi, populismi, migrazioni, strascichi della crisi economica, minacce terroristiche, instabilità geopolitiche (che in qualche caso portano nomi precisi, come ad esempio Trump, Putin, Erdogan, Assad…) e altro ancora, l’Ue è sospesa tra una rinnovata capacità di serrare i ranghi per andare avanti, fronteggiando ardue sfide, oppure scegliere lucidamente di lasciar posto agli egoismi nazionali, sgretolando la “casa comune” e mandando in archivio 70 anni di faticose conquiste di pace, democrazia e benessere. Senza poterne prevedere gli esiti.

Questioni urgenti. Lo si intuisce anche solo scorrendo l’agenda del prossimo Consiglio europeo, cioè la riunione dei 28 capi di Stato e di governo che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 giugno. Proprio l’ordine del giorno ufficiale parla di “riunione per discutere delle questioni più urgenti”, tra cui: migrazione; sicurezza e difesa; occupazione, crescita e competitività; innovazione ed Europa digitale; bilancio a lungo termine dell’Unione (Qfp); relazioni esterne. I leader dell’Ue “si occuperanno inoltre di Brexit” (senza la presenza della premier britannica May) e dell’Eurozona (in sede di Vertice euro, ovvero 19 Stati che adottano la moneta unica).

Migrazioni, cartina al tornasole. Dalla propensione, o mancata propensione, ad imbastire una risposta finalmente comune ai fenomeni migratori si può misurare la volontà dei 28 di rilanciare il cammino dell’Ue oppure l’intento di imbalsamarne la vicenda storica. Non perché l’arrivo di richiedenti protezione internazionale sia il “problema” principale dell’Europa di oggi, ma perché la capacità di accogliere – solidalmente o meno – questa sfida dà la percezione di quanto i singoli Paesi siano intenzionati a procedere unitariamente. Finora sono stati i governi nazionali a intralciare la costruzione di una politica migratoria comune; i leader che si ritroveranno settimana prossima per il summit sapranno fare uno scatto in avanti, recuperando il senso profondo del “camminare insieme” per un reciproco vantaggio?

Economia, a che punto siamo? La lunga recessione è alle spalle, dicono gli esperti. E in effetti alcuni Paesi viaggiano con il vento in poppa. Ma a ben guardare qualche economia nazionale arranca, altre ancora segnano Pil in crescita ma scontano disastrose situazioni occupazionali (con oltre un terzo dei giovani fuori da ogni prospettiva di lavoro e di reddito), taluni Paesi mostrano oltretutto conti pubblici fuori asse (è, fra gli altri, il caso del debito italiano). La governance dell’Eurozona va dunque riformata, come sostengono tutte le voci, affiancando alla moneta unica strumenti per darle consistenza finanziaria ed economica e metterla al sicuro da eventuali future crisi. Le proposte in campo sono innumerevoli, come ad esempio il completamento dell’Uem (Unione economica e monetaria) e l’Unione bancaria; poi occorrerebbe una vera armonizzazione fiscale, il contrasto del dumping, nuove misure per il mercato unico… Non basta però elencare le “cose da fare”, bisogna decidere.

Le altre emergenze. Ciascun capitolo della politica Ue meriterebbe una trattazione a sé. Basti pensare al nodo-sicurezza (terrorismo, instabilità africana e mediorientale, Isis e Boko Haram, Russia, Turchia…), alle positive aspirazioni europee dei Balcani, al Brexit, ai mutamenti climatici, all’energia, agli sviluppi del digitale, al “pilastro sociale”. Ma appare ovvio che non sono i singoli settori politici che richiedono “più Europa”, cioè risposte unitarie, potenzialmente vantaggiose per tutti, ma è l’intera prospettiva europea che sollecita di tornare allo spirito dei padri fondatori. “Spirito” che oggi sembra, pur senza entusiasmi eccessivi, appannaggio del Parlamento e della Commissione Ue, mentre il Consiglio, dove siedono i rappresentanti dei governi, è latitante.

Parole sagge. Il disegno iniziale della Ceca e della Cee, poi confermato nei vigenti trattati Ue, è stato ribadito e giustamente aggiornato più e più volte nella storia comunitaria, l’ultima dei quali risalente alla Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017: “Insieme, siamo determinati – vi affermano i rappresentanti degli Stati membri – ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità. Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni”. Parole sagge: torneranno alla mente dei leader durante il summit della prossima settimana? Lo si vedrà nei fatti, certi che le occasioni per ripartire insieme non saranno infinite.

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