“Iuventa”: il film documentario diretto da Michele Cinque

Un gruppo di ragazzi tedeschi decide di acquistare una nave per andare a salvare vite umane nel Mediterraneo. Sono riusciti a metterne in salvo almeno 15.000. Poi l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina da parte della Procura di Trapani che sequestra la nave. Sequestro confermato recentemente dalla Cassazione. La loro storia è raccontata nel film documentario di Michele Cinque "Iuventa". Lo abbiamo intervistato.

foto: Cesar Dezfuli

“Questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po’ di capacità di credere e di idealismo”. È questo il messaggio che più sta a cuore a Michele Cinque, regista del film documentario Iuventa (prodotto da Lazy Film con Rai Cinema, in coproduzione con Sunday Films e ZDF/3Sat in associazione con Bright frame). Il film documenta la storia della “Jugend Rettet” (“Gioventù che salva”), la giovane Ong fondata nel 2015, grazie ad un crowdfunding, da un gruppo di ragazzi tedeschi ventenni per salvare i migranti nel Mediterraneo. Hanno comprato un vecchio peschereccio ribattezzato “Iuventa” (Gioventù) e sono partiti per la prima missione nella primavera del 2016, salvando subito più di 2.000 persone. Da allora ha continuato la sua attività in mare fino al sequestro del 2 agosto 2017, durante la polemica contro le Ong accusate di essere “taxi del mare”. La Procura di Trapani contesta alla “Iuventa” tre episodi durante i quali ci sarebbero stati dei contatti “tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e i membri dell’equipaggio della nave”, fino a configurare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ad oggi le indagini sono ancora in corso. Nel frattempo sono stati diffusi dalla stampa alcuni video di ricercatori indipendenti che scagionerebbero la nave dell’Ong tedesca. La Cassazione, però, ha recentemente confermato il sequestro della nave. “Non è un film d’indagine giornalistica – precisa il regista – ma un documentario creativo in stile osservativo, che racconta il sogno di ragazzi che pensavano di poter cambiare il mondo”. Sarà presentato in concorso al Biografilm festival a Bologna, dal 1° al 24 giugno, ma finora ha trovato una distribuzione ufficiale solo in Germania.

Come è nata l’idea di fare un film sulla “Iuventa”?

Ho letto la notizia della nascita della Ong “Jugend Rettet”, del crowdfunding e del suo giovane fondatore Jakob Schoen, 19 anni. Ero alla ricerca di una storia per il mio film ed ho avuto uno di quei momenti “Eureka!”. Ho subito chiamato l’addetto stampa della Ong e una settimana dopo ero a Malta, da solo, con tutta l’attrezzatura. Sono salito a bordo durante la prima missione della nave “Iuventa”, insieme al fondatore, la prima volta da ex peschereccio si recava nella zona Sar (Search & rescue).

Alle prime notizie su questa iniziativa ci si chiedeva: come possono dei ventenni senza esperienza imbarcarsi – letteralmente – in una impresa così ardua?

Sono stati bravissimi, si sono appoggiati a professionisti del mare. Il capitano, 31 anni, aveva già guidato navi importanti. Poi c’era un ingegnere con grande esperienza, un medico che aveva già fatto altre missioni sulle navi, un paramedico. Non era gente sprovveduta, allo sbaraglio. Jacob Schoen è andato a presentarsi alle riunioni della Nato, tutte le Ong venivano chiamate a interloquire. Sicuramente erano un po’ naïf a livello ideologico ma non sprovveduti.

Erano giovani che volevano cambiare le cose.

foto: Cesar Dezfuli

Sono stati fatti degli errori nella vicenda “Iuventa”?

La situazione del mare è molto complessa, si è in zona di guerra, con dinamiche logorate per vicende politiche europee ed italiane, come gli accordi con la Libia.  Nella vicenda ha avuto un grosso peso il gruppo di estrema destra “Generazione identitaria”, che ha messo in mare la nave “C star” nel 2017. Ma non era solo una nave, avevano dietro anche un think thank. C’era una contrapposizione in mare perché la “C star” faceva una campagna mediatica per denigrare e attaccare le Ong. Ma l’operato di “Generazione identitaria” è stato molto più vasto perché hanno influenzato le nuove destre. E come vediamo – rispetto alla questione migranti – l’Europa è cambiata tantissimo dal 2014 al 2018.

La “Iuventa” è ancora sotto sequestro preventivo per ordine della Procura di Trapani. C’è qualche notizia in più sull’indagine?

L’indagine della Procura di Trapani è ancora in corso. L’ accusa è di collusione con i trafficanti di uomini. Tra i tre episodi contestati,  il più grave è quello del 18 giugno 2017, con le testimonianze di un agente sotto copertura imbarcato sulla nave “Vos Hestia” di Save the children, che li ha accusati di aver restituito tre barche di legno poi riutilizzate per spostare altri migranti. I ricercatori indipendenti della Forensic Architecture dell’Università di Londra Goldsmith hanno dimostrato che le tre imbarcazioni non sono state restituite ma semplicemente spostate per il trasferimento tra la nave di Save the children e la “Iuventa”. Poi sono stati chiamati per seguire un altro caso nella zona Sar e hanno lasciato lì le barche di legno. Le indagini dei ricercatori britannici hanno dimostrato che tutto ciò di cui sono accusati è non motivato. È chiaro che in quel tratto di mare siamo in una zona grigia, altamente militarizzata, con tantissimi attori, non ci sono riferimenti di terra. Insomma è una vicenda molto complessa.

Foto: Cesar Dezfuli

C’è qualcosa di cui non si parla nel dibattito mediatico?

Ad esempio non si parla mai dei “pescatori di motori”, una sorta di sciacalli del mare che vanno a recuperare i motori dei barconi appena sono state messe in salvo le persone sulle navi, per poi portarli in Libia e rivenderli ai mercati. A volte sono armati, a volte aiutano a salvare i migranti, a volte no. I volontari delle Ong vengono istruiti su queste presenze, sanno che potrebbero essere armati, quindi pericolosi. Il loro ruolo non è salvare i motori ma salvare le vite.

Il sogno di giovani che volevano cambiare il mondo salvando vite umane è stato deluso?

Da un lato deluso, rispetto alle dinamiche politiche, ma dall’altro lato ricordiamo che hanno salvato 15.000 vite umane. Nel frattempo alcuni hanno fondato un’altra Ong “Mare Liberum” e affittato un’altra nave che opera nel mare Egeo, molti sono stati a bordo di altre navi. Una parte dei ragazzi sono tornati all’università. Doveva essere una parentesi nella loro vita. In ogni caso la “Iuventa” è stata un simbolo del movimento vivo delle Ong, in un periodo in cui non si lotta più.

foto: Cesar Dezfuli

Tra le prime dichiarazioni del ministro dell’Interno c’è un riferimento alle Ong: “Nessun vice scafista deve attraccare nei porti italiani”.

Vivendo questa realtà si capisce che c’è un disegno per chiudere la rotta del Mediterraneo centrale e far nascere il “reato di solidarietà”.

Come hai girato il film? È stata una esperienza forte stare sulla nave durante i salvataggi?

Sono stato sulla nave 18 giorni durante la prima missione, che per me era importante, poi ho seguito i ragazzi per un anno a Berlino, in Croazia, in Sicilia e a Malta. Voglio sottolineare che

non è un film sui salvataggi ma sui ragazzi europei.

Sulla nave è stato molto tosto e difficile. Per fortuna ero abbastanza incosciente. Non si immagina come è il mare di fronte alla Libia. Ti svegli alle 6 con il mare piatto e cominci ad avvistare gommoni stracarichi che iniziano a perdere aria e affondano. Ma c’era anche una natura stupenda, i delfini, il medico con la chitarra sul ponte della nave, il bagno in mare per scaricare la tensione. Si chiacchierava, si cucinava insieme. Per me chi stava sulla nave era come una famiglia.

foto: Cesar Dezfuli

Qual è il messaggio principale che vuoi dare con il film?

Il germe di partenza di un progetto è un aspetto molto importante.

Questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi.

A non smettere di lottare, a recuperare anche un po’ di capacità di credere e di idealismo. Ma non un idealismo di destra o di sinistra, perché per i ventenni questi parametri non esistono più. I ragazzi della “Jugend Rettet” non si sono mai definiti politicamente.

Il loro principio universale è che chiunque ha bisogno di essere salvato va salvato.

Spero che questo gesto abbia risonanza per la nostra epoca.

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