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L’Europa invecchia: lavoro, sanità e pensioni non reggono. È possibile invertire la rotta?

Poche culle, aumentano gli anziani, gli immigrati non bastano a segnare una svolta positiva: la popolazione comunitaria destinata a invecchiare e a una contrazione del numero dei cittadini rispetto al resto del mondo. Pesanti ricadute sul piano sociale. Le indicazioni dello studio “Prospettive demografiche dell’Ue”

“La popolazione dell’Unione europea crescerà lentamente e continuerà a invecchiare in modo significativo” sulla base delle tendenze in corso “e rappresenterà una proporzione sempre minore della popolazione mondiale”. Questa la sintesi dello studio “Prospettive demografiche dell’Ue”, il primo di una serie di studi in uscita quest’anno, condotti dal Centro di ricerca del Parlamento europeo (Eprs) in collaborazione con Globalstat e l’Istituto universitario europeo (Eui) per “evidenziare e indagare le tendenze demografiche nell’Unione e le loro ricadute”.

Più “piccoli” nel mondo. Tra il 1960 e il 2017 la popolazione dell’Ue (prendendo come riferimento gli odierni 28 Paesi) è cresciuta da 406,7 milioni a 511,8 milioni di abitanti. Nel ’61 però erano nati 7,6 milioni di bambini ed erano morte 4,1 milioni di persone mentre nel 2017 le nascite sono state 5,1 milioni e le morti 5,1 milioni e poco più. Il processo di crescita demografica è quindi rallentato (addirittura negativo nel 2017) e, se non cambiasse nulla, le proiezioni indicano che nel 2050 saremo 528,5 milioni mentre entro il 2080 la crescita avrà invertito segno e saremo 518,8 milioni. Questo dato, posto sul grafico della crescita demografica a livello mondiale, significa che se nel 1960 gli abitanti dell’Ue rappresentavano il 13,5% della popolazione del mondo, nel 2015 erano solo il 6,9% e nel 2055, salvo sorprese, rappresenteranno il 4,9% dei 10 miliardi di persone che abiteranno sulla Terra.

Sempre più vecchi. Il secondo dato su cui c’è da riflettere è l’invecchiamento: tra il 2001 e il 2016 l’età media nell’Ue si è alzata di 15 anni: era 38,3 anni ed è diventata 42,6. Nel 2004 il numero di over65 ha uguagliato quella dei minori di 14 anni. Nel 2016 gli over 60 erano il 25,3% della popolazione; gli ottantenni erano il 5,4%, ma saranno l’11,4% nel 2050 mentre continuerà il percorso di “contrazione” della popolazione 15-64, quella in età lavorativa. Nel 2080 cinque persone saranno in età lavorativa ogni quattro anziani o bambini, cioè le due fasce “dipendenti”, con tutto quello che ciò comporta sul piano economico, del mercato del lavoro, della sanità e dei sistemi pensionistici. Ci sono naturalmente differenze tra i vari Paesi europei ma la tendenza di fondo è unica. Oggi l’Irlanda ha l’età media più bassa (36,6 anni), la Germania la più alta (45,8 anni). L’Italia sarà la prima, nel 2029, ad avere l’asticella dell’età media della sua popolazione sul 50.

Modifica dei trend. Tre sono i fattori che potrebbero generare una modifica di questi trend: cambiamenti dell’aspettativa di vita, modifiche ai tassi di fecondità e movimento delle persone (libera circolazione e migrazione). L’attesa di vita per le donne è passata da 72,4 anni nel 1960-65 agli 82,7 anni attuali mentre per gli uomini dai 67 ai 77. L’allungamento della vita però non significa necessariamente prolungamento della “fase sana della vita”. Quanto al tasso di fecondità medio nell’Ue, nel 2015 è stato di 1,58 (con Francia, Irlanda, Svezia e Regno Unito sopra l’1,8 e Polonia, Spagna, Italia, Grecia pochissimo sopra l’1,3). Infine l’afflusso di immigrati nel biennio 2014-2016 è stato di 2 milioni di immigrati “regolari” e 1,5 di immigrati “illegali”. Questo flusso di persone “può essere un aiuto nel mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione”, ma non fino al punto di “compensare”. Il dato immigrazione non risponderebbe nemmeno alle sfide economiche alla luce di due fattori: il tasso di disoccupazione tra i rifugiati e gli immigrati sono più alti della media e le qualifiche e competenze spesso inadeguate per le richieste di un mercato del lavoro sempre più altamente qualificato.

Un messaggio chiaro. Il messaggio che i ricercatori inviano ai politici quindi è cristallino: “Le politiche per mutare le tendenze demografiche sono limitate e, seppure efficaci, ci mettono del tempo per segnare un cambiamento”. Quindi nel breve e medio periodo l’unica cosa da fare è “adattare e preparare la transizione verso un’Ue più vecchia”.

Rivoluzionare la sanità. Una, se non “la” questione cruciale in questo panorama, è quella di adeguare i servizi sanitari, su cui si ferma anche lo studio Ue. La popolazione che invecchia significa “aumento di malattie croniche e multi-patologie” e relativa “crescita della domanda di assistenza sanitaria”; implica perciò necessità di numero adeguato di personale medico e comporta il rischio di ineguaglianze di accesso all’assistenza sanitaria. Un dato di riferimento è che il 7,2% del Pil dei governi dei 28 nel 2015 è andato a coprire i costi della sanità. Le indicazioni che dà il documento – muovendo dal fatto che l’Ue ha solo una “competenza di sostegno sul capitolo della salute” e non può elaborare politiche vincolanti per gli Stati membri – si muovono in tre direzioni: incoraggiamento a pensare a una rivoluzione dei sistemi sanitari per renderli “adeguati alle necessità e resilienti”; lavorare sulla prevenzione delle malattie con progetti e campagne sugli stili di vita sani per consentire al maggior numero di persone un “invecchiamento sano”; puntare però anche agli adolescenti contrastando comportamenti sbagliati che “degenerano in patologie croniche nell’età adulta”, prima fra tutte l’obesità infantile che ad oggi “rappresenta un grosso problema di sanità pubblica nell’Ue”.

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