Ha creduto nella ragione

Il giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger, al ritorno dal Concilio, già esprime una convinzione: "Negli ultimi secoli la ragione è stata come imprigionata e le sue potenzialità soffocate"

 C’è un tratto caratteristico del pensiero di Benedetto XVI, che affonda le sue radici nel suo cammino di teologo: la fiducia nelle capacità della ragione umana di conoscere il vero e il bene.
A ben pensarci, non è scontato. Non dovrebbe forse un uomo di Chiesa guardare con un po’ di sfiducia la ragione e appoggiarsi più tranquillamente sulle certezze della fede? Eppure il teologo Joseph Ratzinger, divenuto Papa non ha mai smesso di sostenere, anzi di credere nella ragione.
I presupposti si trovano in "Introduzione al cristianesimo" (1968); lì il giovane teologo bavarese, tornato da poco tempo dai lavori del Concilio Vaticano II, pone le basi di una convinzione che sempre lo accompagnerà: negli ultimi secoli la ragione è stata come imprigionata e le sue potenzialità soffocate. In questo modo ha ristretto i propri campi di conoscenza e ha perso – non per colpa sua – il dialogo fecondo con il sapere della fede. In quel libro, forse uno dei testi più importanti del novecento teologico, Ratzinger tratteggia la situazione di difficoltà che si è lentamente creata intorno alla conoscenza umana: che cosa è il vero? In che cosa si può credere?

Il pensiero antico aveva insegnato che il vero è l’ente, cioè è l’essere stesso che è vero e quindi conoscibile, in quanto l’ha fatto Dio stesso; Giambattista Vico (1688-1744) introduce una novità: "Verum est factum", cioè risulta conoscibile per vero unicamente quello che noi abbiamo fatto. Si mettono le basi per la mentalità scientifica, che piega lo spirito umano a riflettere solo sul fatto compiuto.
Ma non finisce qui, nel sec. XIX, grazie alle grandi scoperte scientifiche, si comprende che non ci sono limiti a ciò che si può fare: il factum genera il faciendum! Si giunge alla supremazia del da farsi sul già fatto.

Tutto questo ha inevitabili ricadute sulla fede, che vive un’altra logica e ha contenuti spirituali. "La fede – spiegava il giovane teologo – è una forma sostanzialmente diversa di un atteggiamento spirituale, che si colloca accanto all’altro sapere come qualcosa di autonomo e indipendente, senza essere né riducibile a esso né deducibile da esso. Sì perché la fede non è preordinata al campo del fatto e del fattibile bensì al campo delle decisioni fondamentali, di cui l’uomo deve tassativamente assumersi la responsabilità".

Che cosa è, dunque, la fede? "È la forma, non riducibile a scienza e incommensurabile ai suoi parametri, assunta dalla posizione dell’uomo nel complesso della realtà; è l’interpretazione senza la quale l’intero uomo rimarrebbe campato per aria; è l’atteggiamento che precede il calcolo e l’azione dell’uomo, senza il quale egli in definitiva non potrebbe né calcolare né agire, perché tutto ciò egli è in grado di farlo unicamente nell’ambito d’un senso capace di sostentarlo. L’uomo in effetti non vive del solo pane del fattibile, ma vive invece da uomo, e, proprio nella configurazione più tipica della sua umanità, vive di parola, di amore, di senso della realtà".
Credere significa, dunque, abbandonarsi con fiducia in Dio, che sostenta il mondo. La fede cristiana è l’opzione a favore di una realtà soprannaturale, il cui ricevere precede il fare, senza che questo perda valore. Nello stesso tempo, la fede aiuta la ragione a ritrovare la sua capacità di conoscere in modo pieno e adeguato. In questo senso Benedetto XVI ha riproposto con accenni personali la meravigliosa sintesi, cui era giunta la teologia medievale.

Nelle celebri catechesi del mercoledì, dedicate ai maestri del pensiero cristiano, ha riproposto la relazione tra la ragione e la fede in questi termini: "La fede consolida, integra e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana acquisisce" (Udienza del 16 giugno 2010). La fede protegge la ragione da ogni tentazione di sfiducia nelle proprie capacità, la stimola ad aprirsi a orizzonti sempre più vasti, tiene viva in essa la ricerca dei fondamenti e, quando la ragione si applica alla sfera soprannaturale del rapporto tra Dio e uomo, arricchisce il suo lavoro. E la ragione aiuta la fede, a esempio, conducendo a una maggiore comprensione delle proposizioni di fede.

Fede e ragione sono i due strumenti della conoscenza umana ed entrambi provengono dall’unica sorgente di verità, il Logos divino, che ha operato sul piano della creazione – cui appartiene propriamente la ragione – e quello della salvezza, cui appartiene la fede. Insieme aiutano a conoscere, ma ciascuna secondo la propria modalità: la ragione accoglie una verità in forza della sua verità intrinseca; la fede, invece, accetta una verità in base all’autorità della Parola di Dio, che si rivela.

Marco Doldi

(12 febbraio 2013)

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