Cosa dire dopo 50 anni?

Padre Hervé Legrand su "Unitatis Redintegratio"

“La nostra Chiesa resterà verosimilmente un motore dell’unità; a condizione che ponga questo impegno a livello di ‘ministero dell’interno’ ” e non “di ministero degli esteri”, ossia che “si riduca il più possibile la distanza tra il dire e il fare”. Con queste parole padre Hervé Legrand, domenicano francese e professore emerito di ecclesiologia all’Institut Catholique de Paris, ha concluso il 13 dicembre a Roma la conferenza “Le direttive del decreto sull’ecumenismo si rivolgevano solo ai cattolici: quale bilancio dopo 50 anni?”. L’iniziativa, promossa dal Centro Pro Unione, ha costituito il quindicesimo appuntamento annuale in onore di padre Paul Wattson e madre Lurana White, cofondatori della Society of the Atonement, dedicata alla promozione dell’unità dei cristiani.

Più progressi in 50 anni che in cinque secoli. Al centro della riflessione di padre Legrand il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II, “Unitatis Redintegratio” (Ur), promulgato il 21 novembre 1964, alla fine della terza sessione dell’assise. Il testo, ha precisato il relatore, si rivolge esclusivamente ai cattolici, e la sua corretta interpretazione non è “dissociabile da quella della Lumen Gentium”, tanto che, promulgando insieme i due documenti, Paolo VI “aveva già dichiarato agli osservatori delle altre Chiese presenti” al Concilio che “occorreva interpretare la costituzione partendo dal decreto”. Secondo padre Legrand, nonostante “alcuni incidenti di percorso, il bilancio dell’impegno ecumenico assunto dalla Chiesa cattolica in Ur è già considerevole. Si smette di designare le altre Chiese solo dal punto di vista dello scisma o dell’eresia, le si riconosce ormai come vie di salvezza”, e si guarda ai loro membri come a “fratelli nello stesso battesimo”. “Sono stati fatti più progressi in cinquant’anni – assicura – che nei cinque secoli precedenti”.

Una questione da “ministero dell’interno”. “Si sottolinea troppo poco”, ha insistito padre Legrand, che Ur “si rivolge esclusivamente a noi cattolici per dirci in che cosa, noi stessi, possiamo e dobbiamo approfondire la nostra vita cristiana, e correggere ciò che è necessario al fine di ridurre gli ostacoli all’unità dei cristiani”. Di qui la sottolineatura che non è intenzione del documento rivolgersi “ai cristiani da cui siamo separati per dire loro che cosa ci attendiamo da essi”. Sarebbe dunque un grave errore, secondo il religioso, ridurre “l’impegno ecumenico cattolico al miglioramento delle nostre relazioni con gli altri cristiani, come se esso spettasse al ‘ministero degli affari esteri’, mentre, secondo Ur, esso spetta al ‘ministero dell’interno'”. In altri termini, Ur chiede che questo impegno divenga effettivamente “una dimensione della nostra pastorale e della nostra teologia”. Soffermandosi, in particolare, su alcuni punti del decreto e su alcune tappe del cammino percorso negli anni successivi, padre Legrand ha citato, con riferimento alle Chiese orientali, la “teologia delle Chiese sorelle” che diverrà il “fondamento” della dichiarazione di Balamand (1993).

Un freno all’apertura. Secondo padre Legrand, a frenare “l’apertura ottenuta grazie ai principi” dell'”Unitatis Redintegratio” sono stati, tra i diversi fattori, “uno stile di governo allontanatosi dalla sensibilità orientale”, e il Codice dei canoni delle Chiese orientali (1990), redatto in latino e tendente ad amalgamare tradizioni eterogenee “come quelle di Bisanzio e dell’Etiopia, dell’Armenia o dell’India siriana”, e promulgato unicamente dal Papa senza i capi di queste Chiese. Nell’evidenziare che Ur, “come il Vaticano II nel suo insieme”, presenta “una lacuna per quanto riguarda il diritto canonico”, padre Legrand ha definito “essenziale per il cammino ecumenico” una riflessione sullo “statuto teologico ed epistemologico” di questo diritto senza la quale, ha ammonito, “sarà difficile fare progressi”.

Impegno irreversibile. Circa la storia, il relativo richiamo contenuto nel decreto conciliare è stato, secondo il relatore, “molto ben recepito nella Chiesa cattolica, portando alle molteplici domande di perdono di Giovanni Paolo II nel contesto delle relazioni tra Chiese”. Tuttavia, ha osservato, “la scelta di una metodologia storica operata dalla Commissione internazionale di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa non si è rivelata molto feconda”. Di qui l’auspicio che la storia “venga seriamente onorata nel nostro dialogo”. “L’esperienza insegna – è la constatazione di padre Legrand – che chiunque intervenga in un dossier conflittuale viene facilmente assimilato a un procuratore o a un avvocato”. Il teologo, invece, deve “mostrarsi un buon giudice istruttore che cerca la verità”. Per l’esperto, si tratta, “in conformità con Ur, di esaminare noi stessi piuttosto che esaminare gli altri”, alla luce dell’insistenza dei due ultimi Papi sull’irreversibilità dell’impegno ecumenico per la Chiesa cattolica. Anche se il “clima ecclesiale al riguardo non è più quello degli anni ’60-’90”, ha concluso padre Legrand, il lavoro di fondo “proseguirà, anche su temi ardui come il primato di Roma”.

(17 dicembre 2012)

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