Un pensiero nella rete

Dall'"Inter mirifica" al Papa su Twitter

Il Papa su Twitter. Come dire: le nuove tecnologie a servizio del Vangelo, la "buona novella", appunto. Storia antica e radici solide. E c’è un "fil rouge" che lega l’ingresso del Papa in uno dei social network più utilizzati al mondo, con un suo predecessore che più di 80 anni fa lanciava il suo primo messaggio via radio: era il 12 febbraio 1931. Nei locali della Radio Vaticana, all’interno del piccolo stato, c’era Guglielmo Marconi, che aveva realizzato la stazione per il Papa, e Pio XI che parlava di tecnologia messa a servizio delle relazioni tra gli uomini.
Oggi i nuovi strumenti della comunicazione sono anche i social network e, pertanto, non deve stupire se un Papa ha un "account" che faccia riferimento a lui, consentendogli di essere "collegato" con quanti "navigano" alla ricerca di messaggi, e, direi, messaggi di senso anche religiosi, che, proprio perché tali, devono essere condivisi. In Matteo leggiamo le parole di Gesù: "Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti". Nel mondo di oggi, i tetti sono un susseguirsi di antenne, di ripetitori satellitari; e sono anche quell’incredibile diffusione che hanno le parole, grazie a internet, ai telefonini e alle nuove tecnologie. Ma non leggiamo questa novità mediatica come un adeguarsi alle mode del momento.

Dopo il "Pop2you" lanciato dal Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali per avvicinare i giovani attraverso Facebook e Youtube, ecco dunque Twitter. L’evoluzione dell’attenzione della Chiesa alla comunicazione ha una tappa precisa nel Concilio Vaticano II e nel decreto "Inter mirifica" che mette la Chiesa di fronte al grande tema di come comunicare le verità della fede in un mondo in cui altre sono le "verità" diffuse. E pensare che il decreto non ha avuto vita facile, è stato contestato e ha ricevuto il numero più alto di voti negativi: 164 "non placet". Redatto da una Commissione composta di soli ecclesiastici, sembrava quasi conservare il giudizio negativo che un Papa, Gregorio XVI, nella metà del 1800, aveva espresso verso la libertà di stampa: "Pessima e mai sufficientemente esecrata e detestata".
Eppure, a leggerlo oggi, il decreto rappresenta davvero una grande novità, sottolineando, da un lato, il diritto all’informazione e legandolo a due requisiti importanti della comunicazione: verità e integrità. Si legge, infatti, che è "inerente alla società umana il diritto all’informazione su quanto, secondo le rispettive condizioni, interessa gli uomini, sia come individui che come membri di una società". E il corretto utilizzo di questo diritto "esige che la comunicazione sia sempre verace quanto al contenuto e, salve la giustizia e la carità, completa; inoltre, per quanto riguarda il modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti rigorosamente le leggi morali, i diritti e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro diffusione".
Proprio da questo decreto prende vita la Pontificia Commissione, oggi Pontificio Consiglio delle comunicazione sociali. E Paolo VI, parlando al neonato dicastero il 28 settembre 1964, ancora a Concilio non concluso, ne sottolineava il ruolo e i compiti: "Siamo anche pensosi, e quasi spaventati, circa il lavoro cui questa Commissione si accinge. È immenso il campo, in cui tale lavoro dovrà svolgersi. È enorme la somma di problemi che esso presenta. Sono incalcolabili le difficoltà che si dovranno incontrare. Sono terribilmente sproporzionati i mezzi, di cui si dispone, rispetto a quelli giganteschi posti dal mondo a servizio delle comunicazioni sociali". Pessimista papa Montini? No, ma è consapevole che ben diverse sono le forze in campo. Così dice: "Un pensiero di fede deve contenere la pochezza dei nostri umili sforzi". E aggiunge: "Più ci faremo strumento nelle mani di Dio, e cioè piccoli e generosi, e più la probabilità della nostra efficienza crescerà".

Pochezza di mezzi che non significa inferiorità culturale e minore capacità comunicativa: questo era lo spirito e il senso dell’intervento di Paolo VI. Ma è con il suo successore, Giovanni Paolo II, che il mondo dei media ha iniziato a fare davvero i conti con una Chiesa capace d’imporsi nel mondo della comunicazione con i suoi avvenimenti e con le sue parole: il suo è stato un pontificato, si potrebbe dire, in diretta tv. È papa Wojtyla che scherzosamente dice di aver dovuto imparare a usare il computer; e tutti abbiamo nella mente l’immagine di lui che inoltra, via internet, il messaggio post-sinodale alle Chiese del continente Oceania.
Benedetto XVI lo abbiamo già visto davanti a un "tablet"; lo abbiamo ascoltato mentre si rivolgeva alla generazione digitale, come è stata anche definita la gioventù, per indicare loro la strada di un corretto dialogo che è fatto soprattutto d’incontro personale non mediato da uno schermo di computer. È un Papa che ha parlato della necessità di una "info-etica"; che notava come sono da considerare con interesse le varie forme di siti e applicazioni – anzi di "reti sociali" – che possono essere di aiuto all’uomo di oggi anche "a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, di meditazione, di condivisione della Parola di Dio". La rete è sempre più il luogo delle domande e delle risposte.
Ci si chiederà, a questo punto, ma può un testo di soli 140 caratteri esprimere un’idea o una riflessione spirituale? Lasciamo parlare proprio Benedetto XVI: "Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità".

Fabio Zavattaro

(03 dicembre 2012)

Altri articoli in Dossier

Dossier