La forza del servizio

Benedetto XVI sui temi del potere e del regno

Il regno di Dio non si basa sulle armi e sulla violenza; Gesù non ha nessuna ambizione politica ma "vuole compiere la volontà del padre fino in fondo e stabilire il suo regno non con le armi e la violenza, ma con l’apparente debolezza dell’amore che dona la vita". È il messaggio che Benedetto XVI lascia ai sei nuovi cardinali con i quali celebra il 26 novembre, il giorno dopo la consegna delle berrette e degli anelli. Non si tratta, dunque, di un regno, come quelli della terra, che "sorgono e cadono". E essere discepoli di Gesù significa "non lasciarsi affascinare dalla logica mondana del potere" e far emergere sempre "la priorità di Dio e della sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze".
Parole che ripropongono la riflessione che ha avuto cittadinanza anche durante i lavori del Vaticano II. E non solo per quanto riguarda la questione della violenza e delle armi e, dunque, il grande impegno per promuovere la pace. In proposito basti ricordare che l’enciclica giovannea "Pacem in terris" vede la luce proprio nei giorni del Concilio, 11 aprile 1963. Monsignor Pietro Pavan – nel 1985 Giovanni Paolo II lo creerà cardinale – che ha già collaborato con Roncalli per la "Mater et magistra" scriverà in proposito a monsignor Capovilla: "ho avuto la possibilità di pensare, anzi di meditare, sugli avvenimenti e sugli elementi che caratterizzano, sul piano mondiale, l’attuale momento. Mi sono fatto la persuasione che la Chiesa renderebbe un servizio di altissimo valore, se, come in campo economico con l’enciclica "Mater et magistra", così pure in campo socio-politico indicasse una linea d’azione chiara e sicura, e la indicasse in forma positiva, usando un linguaggio piano e modi di argomentare accessibili agli uomini d’oggi".

Grande preoccupazione per la pace, ma anche mettere in evidenza la disparità che vive il mondo, tra il nord ricco e il sud in cerca di sviluppo, spesso sfruttato e ferito dalla fame e da poteri che rispondono alla logica del dominio e della forza. Al Concilio si trovavano di fronte vescovi che provenivano da realtà diverse, Paesi sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, e altri, l’occidente, legati agli Stati Uniti. In mezzo l’Europa divisa dalla cortina di ferro.
Così il tema del potere, del servizio diventa elemento chiave delle giornate conciliari. E solo un cardinale come il primate di Polonia Stefan Wyszynski poteva denunciare le due "false e fallimentari visioni" dell’economia e dei rapporti sociali del capitalismo e del marxismo. Sarà poi Giovanni Paolo II a ribadire la non vittoria del capitalismo una volta caduti i regimi dell’est, e, dunque, finito il tempo del socialismo collettivista. La “Gaudium et spes” risente di queste diversità tra i padri conciliari; ma forte rimane la denuncia delle disparità "immense" nella ripartizione delle ricchezze e delle risorse. Riflessione teologica che porterà papa Montini a scrivere l’enciclica “Populorum progressio” e a parlare di sviluppo come nuovo nome della pace. Scrive il Papa: "lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza […] è oggetto di attenta osservazione da parte della Chiesa". E dopo il Concilio questa attenzione chiede una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico e un nuovo impegno a servizio dell’uomo.
Proprio da questa sua riflessione, papa Montini trarrà alcune conseguenze: donare la sua tiara ai poveri e istituire due organismi figli del Concilio – il Pontifico Consiglio Giustizia e pace, e Cor unum – proprio per dare il segno della volontà della Chiesa di essere essa stessa più povera, e di impegnarsi solidarmente per quanti soffrono la fame e la miseria. Una Chiesa, in sostanza, non più al di sopra e al di fuori del mondo, ma dentro la vita e la realtà del mondo.

Una riflessione che porterà una quarantina di padri conciliari a firmare, prima della conclusione del Concilio, un patto per una Chiesa "serva e povera", proposto da dom Hélder Câmara, nominato proprio da Paolo VI vescovo di Recife in Brasile. Sarà chiamato il "Patto delle catacombe" perché è reso noto e diffuso dai padri conciliari, dopo la celebrazione, il 16 novembre 1965, presso le catacombe di Santa Domitilla. È un documento molto forte e impegnativo in dieci punti, che sottolinea la volontà dei firmatari, e dunque la loro richiesta, a vivere in povertà accanto ai popoli presso i quali sono chiamati a portare il vangelo, rinunciando "per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza"; evitando "quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti". Ancora in questo patto c’è anche la volontà di operare "in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini".
Sarà chiamato, dom Hélder Câmara, il vescovo delle favelas per la sua volontà di aiutare i poveri e le comunità che vivevano ai margini delle città. Sarà anche uno dei più attivi nel chiedere alla Chiesa, soprattutto a quella latino americana, l’opzione preferenziale per i poveri.
A Puebla, nel 1979, Giovanni Paolo II contesterà, nel suo discorso di apertura ai lavori della Conferenza dei vescovi latinoamericani, la concezione di Cristo come politico, rivoluzionario che combatte la dominazione romana; egli non mescola le cose di Dio con atteggiamenti meramente politici. Rifiuta il ricorso alla violenza perché il suo messaggio è di conversione; il suo regno è di amore, perdono, riconciliazione. Un regno, ha detto papa Benedetto ai neo cardinali, "fondato sulla relazione con Dio, con la verità e non un regno politico".

Fabio Zavattaro

(26 novembre 2012)

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