Esistere perché chiamati

Dalle immagini di un evangelista alla "Lumen Gentium"

C’è un passaggio dell’Angelus del 18 novembre che vorrei porre in evidenza. Il Papa commenta il Vangelo di Marco con quelle immagini forti che richiamano alla mente l’Apocalisse di Giovanni: il sole che si oscura, le stelle che cadono. Cosa dice Benedetto XVI? "Tutte le creature a partire dagli elementi cosmici – sole, luna, firmamento – obbediscono alla Parola di Dio, esistono in quanto ‘chiamati’ da essa. Questa potenza creatrice della parola divina si è concentrata in Gesù Cristo, verbo fatto carne, e passa anche attraverso le sue parole umane, che sono il vero ‘firmamento’ che orienta il pensiero e il cammino dell’uomo sulla terra".
Parole che rimandano al Concilio, a partire proprio dalla "Lumen Gentium", la costituzione dogmatica sulla Chiesa, che ci presenta Cristo che per adempiere la volontà del Padre, "ha inaugurato in terra il Regno dei cieli". Se il Papa parla di Cristo "che collega il presente con il futuro", e dice che "è lui il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile"; il Concilio ci ricorda una Chiesa corpo mistico che ha Cristo come capo, "egli è l’immagine dell’invisibile Dio, e in lui tutto è stato creato. Egli va innanzi a tutti e tutte le cose sussistono in lui (…). Con la grandezza della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri".

La costituzione sulla Chiesa, possiamo dire, racchiude in sé il fondamento e insieme il nucleo ispiratore dell’intero pensiero del Concilio Vaticano II: una Chiesa vista come mistero, di fede, di salvezza; mistero di comunione. Chiesa presentata come popolo di Dio in cammino, che ha come punto fermo l’unità dei suoi membri, in forza del battesimo, dell’eguale dignità di figli di Dio, e dell’eguale chiamata alla santità. Popolo di Dio, popolo messianico che ha per capo Cristo, "ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio", ha per legge "il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati"; inoltre, ha per fine "il Regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo vita nostra".

La lettura, che papa Benedetto ci ha offerto all’Angelus, vive delle parole del Concilio e della speranza cristiana. Ci dice, Benedetto XVI, che Gesù non descrive la fine del mondo, non guarda alle previsioni che si rifanno a calendari dei maya o a altre apocalittiche curiosità di date e previsioni. E questo perché con il Vaticano II abbiamo capito che l’uomo è poca cosa se pensa di agire solo con le sue forze; c’è un anticonformismo del credente perché la sua scala di valori, se così possiamo dire, è deformata: non è il mondo a dettare le leggi. Con la "Gaudium et Spes" vediamo che compito del cristiano è anche rispondere al mondo con l’espressione paolina "noi invece". E quel "noi invece" chiama in causa non solo la capacità di cogliere i segni dei tempi, come diceva papa Giovanni XXIII, ma anche di saper rispondere alle attese e alle speranze, alle tristezze e alle angosce. La Chiesa, riunita in Concilio, ha cercato per prima di rispondere non con filosofie, o con ideologie che il tempo ha visto dissolversi. Ma con una parola antica e sempre nuova, con la capacità di proporre non una sua verità, ma la Verità, sentendosi solidale con il genere umano.

Proprio dalla risposta a questa domanda di fondo – in quale misura la Chiesa si sente solidale con l’umanità di oggi, ed è capace di riconoscere i problemi del mondo contemporaneo – che ha inizio il vero dialogo della Chiesa con il mondo e con tutti gli uomini. La costituzione conciliare ha il coraggio di dare tutta una serie d’indicazioni concrete sulla complessa situazione dell’uomo moderno e del mondo. Così con Benedetto XVI vediamo che la sua preoccupazione di togliere dall’orizzonte dell’uomo le apocalittiche visioni nasce dalla certezza che la strada che il credente ha di fronte è un’altra: guarda alla Gerusalemme celeste ma non ha i contorni della catastrofe. Ha, invece, la certezza che la conclusione di tutta la storia è sì un giudizio, ma i conti si fanno già su questa terra, e si chiamano capacità di guardare all’altro nella sua fragilità, impegno a spendersi per aiutare chi è nella difficoltà. L’agenda è dettata da Cristo stesso in quello splendido discorso delle beatitudini. Con il Concilio leggiamo l’atteggiamento di una Chiesa improntata al realismo evangelico che, distinguendo tra bene e male, sa individuare i segni della speranza e le vie di un possibile cambiamento.

Con la "Gaudium et Spes" la Chiesa ha esaltato l’uomo in quanto figlio di Dio, con una propria dignità inviolabile, incancellabile che gli deriva proprio da questa sua paternità. Non è un semplice numero, ma ha una singolarità unica e irripetibile. Una scelta per l’uomo che ha segnato il cammino della Chiesa del post-Concilio, e che, ad esempio, ha ispirato la prima enciclica di Giovanni Paolo II, la "Redemptor hominis", che è stata uno dei motivi-chiave del pontificato wojtyliano nella difesa dell’uomo, della sua dignità e dei suoi diritti. E che prosegue oggi con Benedetto XVI che ci chiama nella fede a una speranza che salva, a una carità che è amore.

Fabio Zavattaro

(19 novembre 2012)

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