Una luce accesa

Card. Giovanni Canestri: una Chiesa "sempre giovane e bella"

“Riandare con la memoria ai giorni di attesa del Concilio vuol dire rivivere ansie mai sopite di rinnovamento; ripensare alle emozioni della celebrazione solennissima dell’apertura, presieduta dal grande ideatore Giovanni XXIII, significa rivedermi giovane vescovo ausiliare con gli occhi pieni di stupore per la giovinezza millenaria della Chiesa”. Così il card. Giovanni Canestri ricorda – in un’intervista pubblicata sul settimanale diocesano di Cagliari, “Il Portico”, a cura del direttore Sergio Nuvoli – gli anni del Concilio Vaticano II. Il cardinale è uno degli ultimi Padri conciliari italiani viventi. Appena quarantaquattrenne, partecipò a tutti i lavori del Vaticano II da vescovo ausiliare di Roma. Classe 1918, dal 1984 al 1987 è stato arcivescovo di Cagliari, da dove partì per Genova per essere creato cardinale da Giovanni Paolo II il 28 giugno 1988. Il suo è il racconto appassionato e lucido di un evento di portata straordinaria per la Chiesa, ripreso attraverso la voce e la memoria di uno dei protagonisti.

Eminenza, quali sono i suoi ricordi sul Vaticano II?
“Anzitutto la sorpresa all’annuncio di questo grande evento il 25 gennaio 1959: tre mesi dopo l’elezione Giovanni XXIII, ai cardinali riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo, annunziò la sua decisione di celebrare un Sinodo romano, un Concilio ecumenico e di aggiornare il Codice di diritto canonico. La risoluzione era scaturita dalla constatazione della crisi nella società del tempo dovuta al decadimento dei valori spirituali e morali. Ricordo, poi, la meraviglia e la commozione di quello storico 11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Vergine Maria, in cui ebbe inizio il XXI Concilio ecumenico della Chiesa. Dopo una notte di pioggia, il cielo si era rasserenato e la visione del lungo corteo dei 2.400 Padri conciliari che faceva ingresso da piazza San Pietro nella basilica è ancora nei miei occhi e soprattutto nel mio cuore”.

Lei, negli anni del Concilio, rivestiva il ruolo di ausiliare di Roma ed era uno stretto collaboratore dei cardinali Clemente Micara e poi di Luigi Traglia. Cosa ricorda di quel periodo del fermento che vi fu attorno all’evento conciliare che seguiva di poco tempo il Sinodo romano?
“A pochi giorni dall’annuncio del Concilio ecumenico si aprì il Sinodo romano, 31 gennaio 1959, che si concluse esattamente un anno dopo. Ricordo il lavoro impegnativo delle otto sottocommissioni di cui facevo parte, presiedute dal compianto card. Luigi Traglia, e che Giovanni XXIII, alla sua conclusione, aveva così elogiato: ‘Hanno raccolto il fior fiore della sacra dottrina, teologica, ascetica e pastorale. Ecco, che ad un anno preciso di distanza, il Sinodo è fatto: il volume che ne contiene i preziosi ordinamenti è pronto. Il poter offrirlo qui sulla tomba di san Pietro ci è motivo di straordinaria, consolazione, resa più viva perché la sappiamo condivisa da tutti i nostri figli di Roma’. Poi, il 15 aprile 1962, papa Roncalli scrisse una lettera a tutti i vescovi (la ‘Omnes Sane’). Nel testo, oltre a esprimere la gratitudine ai singoli vescovi per quanto fatto in preparazione al Concilio, il Pontefice li esortava a prepararsi al grande evento con la santità della vita. Mentre fervevano i lavori di preparazione del secondo periodo, il 3 giugno 1963, tra il compianto universale, si spense Giovanni XXIII. Il 21 giugno gli successe l’arcivescovo di Milano, il card. Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI. Alcuni temettero, altri auspicavano il rinvio della ripresa del Concilio. Ad evitare ogni incertezza, il 27 giugno il nuovo Papa confermò la ripresa a settembre, fissando l’inizio del secondo periodo al 29 di tale mese. Aprendo il secondo periodo del Concilio, il 29 settembre 1963 Paolo VI dichiarò: ‘Abbia questo Concilio pienamente presente questo rapporto tra noi e Gesù Cristo, tra la santa e viva Chiesa e Cristo. Nessun’altra luce brilli su questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo’. Riandare con la memoria ai giorni di attesa del Concilio a Roma, vuol dire rivivere ansie mai sopite di rinnovamento; ripensare alle emozioni della celebrazione solennissima dell’apertura, presieduta dal grande ideatore Giovanni XXIII, significa rivedermi giovane vescovo ausiliare con gli occhi pieni di stupore per la giovinezza millenaria della Chiesa e con il cuore traboccante di dolcezza per la comunione trinitaria ed ecclesiale che s’imponeva in quella mirabile assemblea di fratelli vescovi convocati, ‘cum et sub Petro’, dallo Spirito di Gesù per la gloria del Padre e per la salvezza degli uomini. Il Concilio si svolse tra molteplici difficoltà di diverso genere. Innanzitutto, i temi all’ordine del giorno erano numerosi e complessi. Il dibattito ebbe, talora, toni vivaci, ma fu sempre animato dalla medesima fede dei Padri e dal comune desiderio di ricercare la verità ed esprimerla nella forma più idonea. La via fu lunga e non priva di travaglio, ma condusse, sotto l’azione dello Spirito Santo, alla luce della verità. L’8 dicembre 1965, in una mattinata fredda ma con un sole splendente, Paolo VI, sul sagrato della basilica di San Pietro, chiuse il Vaticano II. Questa la cronologia del Concilio. Tra i miei ricordi emerge la prima sessione: non eravamo del tutto preparati e non si è conclusa con qualche documento, ma i vescovi avevano iniziato a fraternizzare… Noi di Roma eravamo un po’ arretrati, non si può negare, non condividevamo alcune cose, per esempio lo stile del rinnovamento, avevamo paura di oltrepassare certi limiti… Papa Giovanni XXIII, alla chiusura della prima sessione conciliare, l’8 dicembre 1962, disse: ‘I vostri dibattiti hanno fatto risaltare la verità e hanno mostrato agli occhi del mondo la santa libertà dei figli di Dio’. Ma il balzo tra la prima sessione e l’ultima è stato molto evidente ed è stata una gioia quella di poter aver discusso per far emergere il bene. Il clima dell’inizio era un po’ questo: uno contro l’altro, ma alla fine eravamo uno a favore dell’altro. Nel mio cuore non vedevo soltanto entusiasmo… C’era del negativo, ma in fondo abbiamo goduto. Alla domanda: ‘Cosa dici tu?’, venivano fuori cose positive e negative, ma alla fine eravamo contenti. Quello che abbiamo detto l’abbiamo poi ritrovato. Tra le tante acquisizioni del Concilio, l’idea di un ritorno alle radici mi è molto piaciuta”.

Quali documenti Le sono rimasti più a cuore dopo tanti anni di quell’assemblea ecumenica?
“Nel mio libro dei documenti del Concilio ci sono tante sottolineature, ma forse quelli che ho letto e riletto più volte sono ‘Lumen Gentium’ (sulla Chiesa), ‘Dei Verbum’ (sulla divina rivelazione), ‘Gaudium et Spes’ (sulla Chiesa nel mondo contemporaneo), ‘Christus Dominus’ (sull’ufficio pastorale dei vescovi), ‘Optatam Totius’ (sulla formazione sacerdotale) e ‘Apostolicam Actuositatem’ (sull’apostolato dei laici)”.

Come giovane vescovo nominato da Giovanni XXIII (30 luglio 1961) lei ha partecipato ai lavori del Concilio ecumenico Vaticano II, intervenendo durante le congregazioni generali sui temi dell’ecumenismo e della libertà religiosa. Cosa ricorda di quegli interventi?
“Quegli incontri mi hanno aiutato a capire di più i problemi inerenti alla mancanza di libertà religiosa e le paure di chi viveva in un contesto di persecuzione e di reclusione. Ricordo, durante il Concilio, un vescovo jugoslavo che, invitato da me ripetutamente a colazione, sempre si schermiva. In seguito mi ha confidato che nel suo Paese era stato a lungo perseguitato e recluso”.

A suo giudizio quali discussioni e dichiarazioni – penso alla Dignitatis Humanae (sulla libertà religiosa) – accesero e divisero più gli animi durante quelle quattro sessioni?
“Nelle finalità pastorali del Vaticano II rientrava anche il dialogo con i fratelli separati e il mondo moderno, ma i tempi del Concilio erano ben diversi da quelli di adesso. Si respirava ancora un clima di diffidenza nei confronti delle altre confessioni cristiane o delle altre religioni e soprattutto si evidenziavano formazione, mentalità ed esperienze diverse. Ma anche quella libertà di discussione è servita a condurre al dialogo, prima nei gruppi, poi allargato a tutta la Chiesa e al mondo”.

Conserva qualche ricordo personale sui grandi personaggi del Concilio, dai Periti di grido come De Lubac, Dossetti o Congar a qualche famoso Padre conciliare come Lercaro o Suenens?
“Il dibattito intellettuale dei Periti del Concilio era molto interessante. Suenens, Padre conciliare e uno dei quattro moderatori del Concilio, era una barriera. Lercaro, genovese di nascita, vi partecipò come arcivescovo di Bologna e contribuì in maniera determinante con le sue riflessioni sulla liturgia sottolineando la necessità di partecipare anche alla liturgia della Parola durante la S. Messa; sulla Chiesa evidenziando il concetto di mysterium-sacramentum che proponeva già come idea guida della sua visione pastorale; sull’ecumenismo con il riconoscimento del pluralismo dei riti, con l’affermazione del primato dello spirituale sugli aspetti strutturali; sulla povertà, tema caro a Lercaro, per lui indispensabile per una vita veramente evangelica”.

Rammenta di aver collaborato alla stesura di qualche documento in particolare?
“Ho collaborato alla stesura dei documenti ‘Dignitatis Humanae’ (sulla libertà religiosa) e ‘Unitatis redintegratio’ (sull’ecumenismo)”.

Eminenza, come visse gli anni del post-Concilio ? E come si fece interprete di questo rinnovamento nelle diocesi a lei affidate come Cagliari e Genova?
“Subito dopo il Concilio ho promosso a Roma l’apertura del Centro diocesano di teologia per i laici, che aveva lo scopo di una formazione teologica e spirituale per tutti i fedeli. Tante persone hanno partecipato e ancora oggi il Centro è attivo. Ho tenuto presente l’insistenza del Concilio per la partecipazione e per la collaborazione di tutti con il Magistero. A questo scopo ho istituito sia a Cagliari sia a Genova il Consiglio presbiterale, i Consigli pastorali parrocchiali e diocesani nei quali si potesse esprimere la corresponsabilità”.

Assieme al vescovo Bettazzi lei è uno degli ultimi Padri conciliari ancora in vita. Che cosa le ha lasciato, a 50 anni dalla sua indizione, il Vaticano II e che lezione può lasciare oggi alle giovani generazioni?
“Nella riunione della Commissione preparatoria, il 30 giugno 1959, papa Giovanni XXIII aveva detto: ‘Il Concilio è convocato, anzitutto, perché la Chiesa cattolica si propone di attingere novello vigore per la sua divina missione. Perennemente fedele ai sacri principi su cui poggia e all’immutabile dottrina affidatale dal Divino Fondatore, la Chiesa, seguendo sempre le orme della tradizione antica, intende rinsaldare la propria vita e coesione anche di fronte alle tante contingenze e situazioni odierne, per le quali saprà stabilire efficienti norme di condotta e di attività. A tutto il mondo essa perciò apparirà nel suo pieno splendore’. In linea con l’indirizzo pastorale, Giovanni XXIII indicava che agli errori bisogna opporsi con lo spirito di misericordia, alla severità egli preferiva la medicina della misericordia. È stato questo l’orientamento che ho cercato di seguire negli anni del mio ministero episcopale. Ai giovani di oggi, che forse potrebbero pensare già superato questo avvenimento ecclesiale di 50 anni fa, voglio ricordare quanto ha detto Paolo VI affidando a loro il testimone e la speranza del Concilio: ‘È per voi, giovani, per voi soprattutto, che la Chiesa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire’ (7 dicembre 1965). L’attualità del Concilio si trova anche nelle parole del papa Benedetto XVI che, nell’indire l’Anno delle fede (2012-2013), a cinquant’anni dalla celebrazione di quell’evento, si augura di oltrepassare la soglia aperta dal Concilio Vaticano II per immetterci seriamente in cammino verso l’incontro con Cristo. Vorrei anche aggiungere che il Concilio ha tracciato per la Chiesa cattolica una via verso la semplificazione e che, aiutando la Chiesa a riflettere su di sé, ha fatto emergere la sua identità: umana e divina, dolce e forte, eternamente amabile ed eternamente amata e, infine, sempre giovane e bella”.

(07 novembre 2012)

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