Un’acqua nuova

Dai documenti conciliari al messaggio del Sinodo

Due immagini all’inizio dell’Anno della fede, memoria dei 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II: la donna di Samaria accanto a un pozzo con un’anfora vuota; il cieco Bartimeo, l’ultima guarigione prima dell’ingresso a Gerusalemme, prima della passione, morte e resurrezione di Cristo. Due immagini che ci aiutano a leggere il compito che il Papa e il Sinodo ripropongono alla Chiesa e alla comunità dei credenti, alla luce di quel secondo capitolo della costituzione “Lumen Gentium” dedicato al popolo di Dio: “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo”. Giovanni XXIII, nel suo discorso alla luna, della carezza ai bambini, la sera dell’11 ottobre 1962, diceva: “La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di nostro Signore”.

Le due immagini allora: la donna che attende accanto al pozzo nella speranza di trovare la risposta alla sua attesa, alla sua esistenza. Immagine che i vescovi partecipanti al Sinodo offrono nel messaggio conclusivo delle loro tre settimane di lavori. E poi il cieco Bartimeo che, anche lui, attende l’incontro che cambierà la sua vita, come ricorda Benedetto XVI nella sua omelia. Viene alla mente la seconda udienza di papa Luciani, quella della poesia di Trilussa della vecchina cieca che prende per mano e accompagna l’incredulo poeta fino in cima dove c’è una croce. Poesia carina, ma teologicamente un po’ difettosa, commenterà Giovanni Paolo I: la vecchina, per il poeta romano, era la fede.
Sia la donna al pozzo, sia il cieco Bartimeo, ci mettono di fronte ad una realtà: da una parte abbiamo l’anfora vuota che attende di essere riempita dalla donna con acqua nuova e fresca; dall’altra abbiamo un uomo che mostra con la sua esistenza di mendicante sulla strada che da Gerico porta a Gerusalemme, che nel mondo ci sono grandi ricchezze, non necessariamente materiali, che si possono perdere e che lasciano l’uomo solo, ferito. Il nostro, è il mondo dei tanti pozzi, delle tante strade, delle tante occasioni, non tutte davvero per il bene dell’uomo. Davanti a quel pozzo, lungo i crocicchi dell’esistenza ci sono uomini e donne in attesa: è a loro, anche se non solo a loro, che il Concilio e l’Anno della fede guardano. È a loro che il Sinodo ha voluto rivolgere la parola, invitando all’incontro con Gesù: “È un’urgenza che tocca tutte le regioni del mondo, di antica e di recente evangelizzazione. Ovunque, infatti – si legge nel Messaggio preparato dai padri sinodali – si sente il bisogno di ravvivare una fede che rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale, la chiarezza dei contenuti e i frutti coerenti”.
Ovunque è presente quel popolo di Dio che, si legge nella “Lumen Gentium”, “pur restando uno e unico deve estendersi al mondo intero e a tutti i secoli”; e in tutte le nazioni della terra “è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno, non terreno ma celeste”.

Un popolo che ha nella costituzione sulla divina rivelazione, la “Dei Verbum”, un altro cardine del pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste: il Concilio, dunque, ha voluto, con questo documento, “proporre la genuina dottrina sulla divina rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l’annuncio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami”. Sappiamo che il testo non ha avuto vita facile negli anni del Concilio, e si è arrivati alla sua approvazione, dopo diverse stesure e modifiche, e a quella formulazione che vuole una maggiore familiarità dei credenti con le Scritture, e dunque una migliore capacità di partecipare alla vita comunitaria nella preghiera. Un’altra costituzione, la “Sacrosanctum Concilium”, ci viene in aiuto. Il documento sulla sacra liturgia è il primo testo che viene discusso in aula, appena cominciato il Concilio; il primo progetto approvato alla fine del secondo periodo, 4 dicembre 1963; il primo documento entrato in vigore, ancora con il Concilio in corso, il 25 gennaio 1964, e dopo il viaggio di papa Paolo VI in Terra Santa. Un testo che mette in primo piano il popolo di Dio, che diventa anch’esso attore dell’azione liturgica. Un rinnovamento, e non solo nell’uso della lingua parlata, che favorisce una nuova maniera di pregare, un nuovo modo di vivere la fede e di testimoniarla.
Un popolo che dunque riceve acqua nuova da mettere nell’anfora, e vive più intensamente la parola antica e sempre nuova, che scopre nell’incontro con il Signore la forza di una gioia e di una speranza – è la quarta costituzione conciliare “Gaudium et Spes” – capace di aiutare a scoprire i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, essendo sempre accanto “alle tristezze e alle angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” con uno stile nuovo, con quell’ottimismo cristiano che non nasconde difficoltà e problemi, ma si affida ad una guida che non inganna.

Fabio Zavattaro

(29 ottobre 2012)

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