Il respiro della famiglia

Educare, per i genitori, è "regalare la presenza di Dio ai figli"

Il Concilio ecumenico Vaticano II ha proclamato la dignità del matrimonio e della famiglia, sottolineando che l’amore fedele e fecondo dei coniugi rappresenta una via alla santità aperta a tutti. Ne parlano diversi documenti conciliari, in particolare la “Gaudium et Spes”, la “Lumen Gentium”, la “Gravissimum Educationis”, la “Dignitatis Humanae”. Per cogliere cosa dell’insegnamento del Concilio sia giunto sino alle famiglie di oggi, il Sir ha intervistato Piera e Antonio Adorno, palermitani. Lei è sessuologa e consulente familiare, lui è vice-presidente dei Consultori d’ispirazione cristiana per il Sud, e responsabile dell’associazione di spiritualità coniugale e familiare “Oasi di Cana”, che anima progetti di accoglienza e una ludoteca per i figli.

Dal Concilio è venuto il riconoscimento pieno del ruolo primario dei genitori nell’educazione alla fede dei propri figli, all’interno della comunità cristiana. È diffusa questa consapevolezza oppure, più o meno inconsciamente, si continua a ritenere che l’educazione alla fede dei piccoli competa prevalentemente alla parrocchia, ai catechisti, ai preti?
Antonio:
“Purtroppo è più diffusa la seconda percezione, cioè che l’educazione alla fede competa di più a preti e catechisti, con una sorta di delega alla parrocchia. Invece, laddove le coppie hanno scoperto la loro fede e l’hanno coltivata, lì diventa straordinario non solo il ruolo di genitori, ma la capacità di coinvolgere i figli nel loro percorso di ricerca di Dio. La famiglia, in questo caso, diviene il luogo naturale della formazione alla fede, che si respira nell’aria”.
Piera: “Occorrerebbe formare i genitori a questo compito perché possano regalare la presenza di Dio ai propri figli. Le coppie che camminano su questa strada cominciano ad essere numerose, ma certo in termini più generali permane il concetto della ‘delega alla parrocchia’. L’auspicio è che questa crescita di consapevolezza si faccia più marcata, così che aumenti il numero delle famiglie che divengono un riferimento per le altre”.

La famiglia dovrebbe essere capace di trasmettere una sana visione della vita cristiana nella normale condizione dei fedeli laici, restando aperta – per i figli – anche alla proposta di una vocazione alla vita consacrata o al ministero ordinato. È diffusa questa consapevolezza dell’importanza e complementarietà delle vocazioni laicale e alla vita religiosa?
Antonio:
“Mi pare di sì, in particolare i movimenti e le associazioni cattoliche hanno avuto un ruolo profetico educando i giovani alla sequela cristiana nella dimensione laicale. Anche in questo ambito occorre essere ottimisti, perché si è generata una via di santità laicale di cui la società ha bisogno. Basti pensare a quanto abbiamo necessità di politici ‘santi’, di professionisti santi, di famiglie sante. Avvertiamo un silenzioso desiderio di santità, ne abbiamo una grande nostalgia a tutti i livelli. In questo, una vocazione di speciale consacrazione racconta in modo diverso il rapporto con Dio di quanto non siano chiamati a raccontare due sposi dentro una famiglia. Ma l’orientamento è comune”.

L'”emergenza educativa” di cui parla la Chiesa oggi in cosa consiste soprattutto, dal vostro particolare osservatorio palermitano?
Piera:
“I punti di criticità maggiori, i pericoli potremmo dire, riguardano soprattutto la sessualità e l’affettività. Oggi è diffusa un’esperienza del corpo, della sessualità come ‘bene di consumo’. Invece occorre educare a una corporeità come dono e a una sessualità come l’incontro di due libertà. Nella realtà odierna constatiamo che i rapporti sessuali vengono spesso vissuti in forma banalizzata. Dopo aver ‘consumato’ la loro esperienza sessuale i giovani non sono felici, ma hanno ancora più forte il desiderio della ‘bellezza’, di autenticità. Oggi più che mai appare perciò urgente annunciare la bellezza dell’amore umano, contro lo spreco e la riduzione della dignità delle persone in una sessualità degradata e privata del senso di ‘sacralità’ che le è invece connaturato”.

Chi può svolgere questo compito educativo così delicato e difficile? Ancora una volta le parrocchie, o la scuola, o altri?
Antonio:
“Direi che, nei confronti dei giovani, quando entrano in gioco queste agenzie educative è già tardi. Certo alcuni messaggi positivi possono essere trasmessi, ma il vero ruolo di educazione all’amore competerebbe alla coppia dei genitori, per primi, chiamati a trasmettere ai figli la bellezza e ricchezza della loro esperienza di amore e sessualità autentica, riconosciuta, dotata di un senso e di un valore esemplare. Se i ragazzi non respirano questo senso profondo nell’ambiente dove sono stati generati, dove lo potranno fare? È quindi importante accompagnare i genitori su questa strada di farsi testimoni dell’amore: i figli devono poter ‘respirare’ una vita bella dove l’amore non è fatto di norme ma di una pienezza di significato che lo rende umano, formativo, fattore di stabilità affettiva e familiare”.

a cura di Luigi Crimella

(26 ottobre 2012)

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