L’avvio di un cammino

Il decreto "Inter Mirifica"

Il decreto “Inter mirifica” sugli strumenti (ma tanti traducono: mezzi) di comunicazione sociale è stato promulgato dal Concilio Vaticano II il 4 dicembre 1963, cioè al termine della seconda sessione. Insieme alla costituzione sulla sacra liturgia “Sacrosanctum Concilium” gode, dunque, del primato di figurare tra i documenti conciliari approvati per primi, avendo scelto i padri conciliari di basarsi – come fu per la costituzione sulla liturgia, e come non fu per tutti gli altri documenti poi promulgati – sulla bozza approntata durante la fase preparatoria.
Esso tuttavia non compare certamente tra i documenti conciliari che sono risultati più capaci di esprimere quel “balzo innanzi” auspicato da Giovanni XXIII per la Chiesa al momento di aprire la grande assise. E non sarà un caso se, ad esempio, il ricco Direttorio sulle comunicazioni sociali “Comunicazione e missione”, pubblicato dalla Cei nel 2004, vi dedica solo 7 dei suoi circa 180 riferimenti (tra note e riquadri fuori testo) alle fonti magisteriali.
Infatti, mentre lo schema che diventerà la “Sacrosanctum Concilium” teneva conto di quanto maturato nei decenni precedenti all’interno del movimento liturgico, quello sugli strumenti della comunicazione sociale, discusso già nella prima sessione (1962) in tre sole sedute, approvato globalmente pressoché all’unanimità e rimesso alla Commissione conciliare per l’apostolato dei laici per una robusta sfoltita (risulterà infatti alla fine il più breve tra i nove decreti del Vaticano II: due sole parti, “dottrina della Chiesa” e “azione pastorale”, 24 paragrafi, niente note), appare piuttosto come la sintesi di quanto il magistero pontificio aveva elaborato sino ad allora in tema di stampa, teatro, cinema, radio e televisione.

Un’elaborazione debitrice della più generale e secolare preoccupazione difensiva verso i portati della modernità (di cui i mass media sono una tipica espressione), ben sintetizzata al n. 2: “La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi (…). Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità”.
Così, come riferiscono le cronache dell’epoca, il documento, passato rapidamente attraverso altre tre votazioni e, infine, approvato al termine della seconda sessione con un numero relativamente elevato di voti contrari, 164, piacque ai padri conciliari ma non ad alcuni tra i “periti” più autorevoli, né ai giornalisti, che nel frattempo stavano costruendo nei fatti, attraverso il lavoro stesso d’informazione sui lavori dell’assise, una diversa ipotesi: “L’avvio di un processo d’innovazione ecclesiale” (G.Zizola), dentro e fuori dal Concilio, di portata tale che il Vaticano II non giungerà ai cristiani, almeno in Occidente, “solo attraverso le istituzioni ecclesiastiche, ma soprattutto tramite l’opinione pubblica, che viene familiarizzata ad alcune immagini e ad alcuni temi specifici” (A.Riccardi).

Il Vaticano II si caratterizza infatti come il primo Concilio, nella storia della Chiesa, in cui i media abbiano giocato un ruolo. Contribuendo in maniera significativa al dibattito sui documenti che si andavano elaborando, i cronisti del Concilio e dell’immediato post-Concilio furono consapevolmente partecipi della dinamica della recezione, così che estesero la loro attenzione dal “Vaticano” a tutti gli aspetti della vita della Chiesa, nonché ai vari incroci che essa descriveva con i contesti sociali, politici, culturali. Al punto che per sbozzare il loro profilo ecclesiale, sia che lavorassero per un mezzo “laico”, sia che scrivessero su un mezzo “cattolico”, si cercarono i modelli evangelici più impegnativi: Maria, lo stesso Gesù.
Di tutto ciò la traccia magisteriale maggiore è presente non nell'”Inter mirifica” (non avrebbe potuto esservi, per ragioni cronologiche), bensì in un documento di cui il decreto disponeva esplicitamente, al n. 23, la stesura, e che fu in effetti pubblicato nel 1971 come istruzione pastorale dall’allora Pontificia Commissione (oggi Pontificio Consiglio) per le comunicazioni sociali: la “Communio et Progressio”.
Degli strumenti della comunicazione sociale, infatti, tale istruzione dice che aiutano la Chiesa a rivelarsi nel mondo moderno; che facilitano il dialogo dentro la Chiesa; che informano la Chiesa sul mondo. Il testo elabora il principio della continuità del concetto di comunicazione con quello, teologico, di rivelazione, e descrive l’opinione pubblica nella Chiesa come essenziale, in quanto colloquio pubblico tra le diverse membra.
È qui dunque che l’idea di Chiesa come comunione presente nella “Lumen Gentium” e la visione, contenuta nella “Gaudium et Spes”, di un rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo improntato al dialogo e al discernimento dei “segni dei tempi” trovano la loro traduzione rispetto al grande ambito della comunicazione.

Guido Mocellin – caporedattore “Il Regno-attualità”

(24 ottobre 2012)

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