L’abbraccio tra Pietro e Andrea

NOTE

In un primo momento si è guardato a questa visita dal punto di vista musulmano: il primo viaggio di Benedetto XVI in un Paese a forte maggioranza islamica. Molti si sono domandati perché. Dimenticando la ragione fondamentale che consiste nell’esistenza dell’Islàm, nella sua presenza nello scenario mondiale, una presenza che assume un forte impatto anche emotivo. Il mondo sta a guardare per scorgere i segni dei tempi futuri, ed è in attesa di sapere se saranno caratterizzati dal terrorismo cronico a carattere pseudoreligioso e dalla violenza militare, dallo scontro delle civiltà oppure prevarrà l’alleanza tra le religioni per favorire la pace e l’amicizia tra i popoli. Tutti, ora, dopo questa visita, se ce ne fosse bisogno, possono percepire con maggiore limpidezza da che parte stiano i cattolici rappresentati in modo sommo dal Pontefice romano. La visita in Turchia che avviene all’insegna della verità e della ragione, vie di dialogo e non di violenza, ne è una convalida.

La fede nell’unico Dio, il riferimento storico religioso ad Abramo, pur con comprensioni diverse, e l’uso della ragione sono elementi sufficienti per affrontare insieme, cristiani e musulmani, le grandi “sfide” mondiali: “la giustizia, la solidarietà, la libertà, la sicurezza, la pace, l’ambiente e le risorse della terra”. Un elenco appena abbozzato dal Papa per un programma di comune impegno.
L’altro polo del viaggio, che da questo punto di vista dovrebbe chiamarsi pellegrinaggio, avviene sotto il segno dell’apostolo Andrea. Chi ha qualche dimestichezza con le icone bizantine, conosce bene quella che raffigura l’abbraccio tra Pietro e Andrea. Un abbraccio ora ripetuto dai loro successori in vista di una riconciliazione piena e perfetta. Questa tarda a venire dovendo passare per la chiarificazione del ruolo dei successori di Pietro nella Chiesa universale e del modo in cui la piena comunione debba avvenire superando alcune forme del passato unionistico, per le quali nel mondo ortodosso si nutrono ancora dei sospetti.

Oggi è Pietro che va da Andrea, in uno scambio di visite fraterne che si ripetono, dalla prima del Papa Paolo VI con il patriarca Atenagora I, giustamente richiamata alla memoria insieme alle dichiarazioni di riconciliazione (contenuti nel Thomos agapes, il Libro dell’amore) che i due grandi profeti cristiani del nostro tempo firmarono allo scopo di cancellare le vicendevoli scomuniche tra le due Chiese (1054) e indurle a riconoscersi come Chiese sorelle. Da quell’atto in cui sono state relegate nell’oblio le antiche scomuniche, dicono insieme Benedetto e Bartolomeo nella dichiarazione, “non abbiamo ancora tratto tutte le conseguenze positive che ne possono derivare per il nostro cammino verso la piena unità, al quale la Commissione mista è chiamata a dare un importante contributo” e invitano alla preghiera e a compiere “gesti significativi” i fedeli delle loro Chiese.

Questa sembra la parte più forte e la linea di sviluppo dell’incontro tra cattolici e ortodossi indicata dal documento. D’altra parte se non vi sarà la riconciliazione piena tra coloro che furono i primi discepoli, Simone poi chiamato Pietro e Andrea, per di più fratelli nella carne oltre che nella missione, come si potrà ricomporre in unità il gregge del Signore? Il pellegrinaggio in Turchia per Benedetto XVI rappresenta la porta del suo cammino ecumenico. Ha già annunciato la sua volontà di perseguire il fine dell’unità della Chiesa come scopo primario e irrinunciabile da perseguire senza risparmio di energie, ha anche esplicitato il metodo che ha caratterizzato dei “gesti concreti” e non solo dei buoni sentimenti, ha già indicato la prima pietra della costruzione della casa comune di tutti i cristiani.

Il Papa sente come proprio, prima e più di ogni altro, per il carisma petrino che gli è stato affidato, il compito di promuovere l’unità della Chiesa, come custode della carità e della verità. La Dichiarazione sottoscritta da Benedetto e Bartolomeo, che parlano con una sola voce, senza scatti in avanti e nella consapevolezza di un passato di cui sono eredi, degli “incontri dei nostri venerati predecessori”, segna un cammino in gran parte percorso e che attende di essere compiuto. Lo esige il tempo di missione di cui il mondo, preda della “secolarizzazione, del relativismo e persino del nichilismo”, ha bisogno (cfr Dichiarazione congiunta).

Il terzo polo della visita è la comunità cristiana cattolica, dove ha dovuto fare memoria anche di un martire recente, don Andrea Santoro, oltre che delle sofferenze antiche e della mancanza di libertà vera di culto e di missione. Una piccola comunità che insieme alla Chiesa ortodossa rende vivo un passato glorioso e ricco di santità e di dottrina che non può e non deve morire. Il Papa sa bene questo ed è andato a confortare e confermare i fratelli oltre che a gettare un ponte, quasi un arcobaleno sull’orizzonte minaccioso dell’umanità.

Elio Bromuri

(01 dicembre 2006)

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