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“Sarò la voce del Guatemala”: intervista a mons. Ramazzini Imeri, il vescovo di frontiera che sarà cardinale

Papa Francesco ha scelto come cardinali vescovi che annunciano e testimoniano il Vangelo a partire dalla periferia. Tale è la diocesi di Huehuetenango (quasi un milione di fedeli, su 1 milione e 200mila abitanti), nell’occidente del Guatemala, quasi ai confini con lo Stato messicano del Chiapas, dove vive e opera mons. Álvaro Leonel Ramazzini Imeri. Un vescovo impegnato con coraggio da decenni a favore delle popolazioni più povere del Paese centroamericano, dei loro diritti, e in particolare dei migranti e degli indigeni

“Stamattina sono stato svegliato da un amico sacerdote che vive a Roma. Mi ha detto che il Papa aveva appena annunciato che facevo parte dei nuovi cardinali. Ovviamente, è stata per me una grande sorpresa”. Così mons. Álvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango, in Guatemala, racconta al Sir come ha saputo, alle 4 del mattino, l’importante novità.

Anche stavolta, come ormai abituale prassi, Papa Francesco ha scelto come cardinali vescovi che annunciano e testimoniano il Vangelo a partire dalla periferia. Tale è la diocesi di Huehuetenango (quasi un milione di fedeli, su 1 milione e 200mila abitanti), nell’occidente del Guatemala, quasi ai confini con lo Stato messicano del Chiapas.  In Guatemala, ma anche nella Chiesa latinoamericana, mons. Ramazzini non è certo uno sconosciuto. Sempre considerato “vescovo di frontiera”, è impegnato con coraggio da decenni a favore delle popolazioni più povere del Paese centroamericano, dei loro diritti, e in particolare dei migranti e degli indigeni. In passato ha ricevuto anche minacce di morte per il suo impegno.

Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è nato a Ciudad de Guatemala il 16 luglio 1947 ed è stato ordinato sacerdote il 27 giugno 1971, per l’arcidiocesi di Guatemala. Ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana. Il 15 dicembre 1988 è stato nominato vescovo di San Marcos ed ha ricevuto la consacrazione episcopale a Roma da san Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1989. Ha ricoperto molti incarichi nella Conferenza episcopale di Guatemala, della quale è stato presidente dal 2006 al 2008.

Perché, a suo avviso, papa Francesco ha scelto proprio lei? E qual è il messaggio di questa scelta, per la Chiesa del Guatemala e non solo?

Perché il Papa mi abbia scelto è un mistero che solo lui potrebbe risolvere. Penso che un significato sia l’attenzione, l’amore pastorale del Papa per il nostro Paese, che soffre di situazioni politiche e sociali così difficili. Penso alle migrazioni, che riguardano molti miei connazionali e molte persone dell’America Centrale. Oggi si vive una situazione complessa, anche per l’atteggiamento di chiusura degli Stati Uniti e, ultimamente, anche del Messico. E poi c’è il tema del riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, e quello ambientale, dato che in Guatemala esistono ancora vaste zone di foresta da custodire. Si tratta di temi e di scelte molto importanti.

Cosa significa per lei questa nomina a cardinale?

Direi soprattutto più impegno:

mi sento chiamato e obbligato a proseguire nelle mie scelte pastorali,

in particolare sulle questioni cui facevo cenno. E’ un’opportunità per dare voce a tante persone dimenticate e povere, di far sentire questa voce, per così dire, vicino al Vaticano.

La scelta del Papa significa anche un’attenzione particolare all’America Centrale.

Sì, ora quasi ogni Paese avrà un cardinale: mancava un cardinale guatemalteco, mentre già c’era in El Salvador, Honduras, Nicaragua e Panama. Manca solo la Costa Rica. Si tratta di Paesi piccoli, ma è importante che si senta la voce di questi fedeli.

La sua nomina arriva in un momento di transizione per il Guatemala. L’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Alejandro Giammattei, è stata salutata con scetticismo da chi si aspetta reali cambiamenti. Cosa ne pensa?

Le speranze ci sono sempre, certo qui esistono dei mali strutturali, che dipendono molto anche dalle scelte dell’economia globale. Ma dobbiamo mantenere viva la speranza e sperare che il Governo faccia del suo meglio.

Uno dei temi di cui più si è discusso in Guatemala è quello della corruzione. Il presidente uscente, Jimmy Morales, ha cacciato dal Paese la Cicig, la Commissione anticorruzione promossa in collaborazione con l’Onu. Spera che la Commissione possa tornare?

Per la verità, il nuovo presidente Giammattei ha dichiarato che intende dare vita a una nuova commissione, tutta nazionale. Io, per la verità, non so se potrà funzionare, se potrà operare con la necessaria indipendenza. Ma anche in questo caso, bisogna aspettare. E’ difficile parlare di quello che deve ancora accadere.

Lei ha già criticato l’accordo firmato dal presidente uscente con gli Usa per fare del Guatemala il “tercer Pais seguro”, nel quale gli immigrati potranno attendere la risposta alla loro richiesta di asilo negli Usa. Conferma questa critica?

Ci sono due prospettive incrociate. Da una parte, come Chiesa saremo chiamati a esercitare carità e solidarietà. Ma detto questo, che tipo di sicurezza può offrire oggi il Guatemala? Il presidente non ha chiesto consigli ed è andato avanti per la sua strada. Ma non è stata la scelta migliore.

Il Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali coinciderà con l’apertura del Sinodo per l’Amazzonia. Che effetti potrà avere questo momento ecclesiale anche per la Chiesa centroamericana, e per le attenzioni pastorali agli indigeni e al creato?

A inizio ottobre ci sarà una riunione con vari vescovi a Città del Messico, per strutturare una Rete Mesoamericana che, sul modello della Rete ecclesiale panamazzonica, opererà per l’ecologia integrale nei nostri Paesi. Su questo dobbiamo lavorare molto.

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