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Papa in Romania. P. Militaru (diocesi ortodossa d’Italia): “Il popolo romeno farà tesoro di ogni parola di bene e di speranza”

Gheorghe Militaru: “Il popolo romeno sa riconoscere il bene, indipendentemente da dove esso proviene. Sa fare tesoro di una parola buona, di una parola di speranza… Sa accogliere il forestiero e il bisognoso, senza che gli chieda di che religione sia, né da dove provenga. Ma è anche un popolo che sa lottare e morire per la sua fede, per la sua patria. Quindi crediamo che la Romania accoglierà ogni messaggio di bene e di speranza”

La Romania, Paese per l’80% ortodosso. Popolo “ferito ma fiero”, “carico di umanità”, che sa accogliere ogni “messaggio di bene” e “farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo”. Abbiamo chiesto alla diocesi ortodossa romena d’Italia di raccontarci con quali attese il mondo ortodosso romeno guarda alla visita di Papa Francesco in Romania. Ci ha risposto padre Gheorghe Militaru, del Dipartimento per le relazioni pubbliche. La presenza di romeni di rito ortodosso in Italia è molto cresciuta dopo l’ingresso della Romania nell’Unione europea. Ha superato quota un milione, diventando così la comunità ortodossa più numerosa d’Italia. Una presenza importante che ha richiesto 12 anni fa, nel 2007, la costituzione della diocesi ortodossa romena d’Italia che attualmente è composta da 20 decanati, 250 parrocchie, 4 monasteri, 2 eremi, 5 cappelle diocesane e 2 centri pastorali missionari (Termoli e Bari). Una realtà viva seguita su tutto il territorio nazionale da 275 clerici diocesani, di cui 260 sacerdoti e 15 diaconi. Il Papa arriverà il 31 maggio a Bucarest e ripartirà da Sibiu il 2 giugno. Appena atterrato, incontrerà il Patriarca ortodosso Daniel nel Palazzo del Patriarcato e subito dopo il Sinodo permanente della Chiesa ortodossa romena, nella nuova cattedrale ortodossa. “Bisogna dire subito – spiega padre Militaru – che la visita del Papa in Romania ha il carattere di ‘Visita di Stato’, essendo stata voluta e organizzata dall’apparato statale. Questo non toglie il valore anche pastorale di questa visita”.

Che Paese troverà Papa Francesco?
La Romania, come tutti sappiamo, pur essendo a maggioranza di confessione ortodossa, è caratterizzata da una molteplicità di espressioni religiose, cristiane e non, e tra queste la Confessione romano-cattolica e greco-cattolica occupa un posto di rilievo. Detto questo va sottolineato che, nonostante le piccole o grandi differenze del credo, tutti i romeni sono partecipi di una medesima realtà sociale che esprime, paradossalmente, due sviluppi opposti. Lo sviluppo economico-industriale, che però arricchisce pochi e, di conseguenza, il decadimento di un’altra parte (forse la più numerosa). A causa di questo impoverimento socio-economico, favoriti dall’illusione di un mondo migliore, più ricco, molti sono i romeni che decidono di partire per cercar fortuna in altri Paesi (tra i quali c’è anche l’Italia), causando lo spopolamento di una nazione che per cultura e risorse naturali, per millenni è stata punto di attrazione di eserciti dominatori.

Il Papa troverà un popolo ferito ma fiero; un popolo che, come ci dimostra la sua storia, ha saputo sollevarsi dalle sue rovine e ricostruirsi proprio partendo dalla sua unità di “fede” e di “nazione”.

Nel 1999, esattamente 20 anni fa, Giovanni Paolo II fu accolto da un grido inaspettato che è rimasto alla storia, “Unitate, Unitate”. Fu un fatto storico, inaspettato. Che ricordo si ha di quella giornata e di quel grido?
Non erano ancora trascorsi dieci anni dagli eventi di dicembre 1989 quando Papa Giovanni Paolo II visitava la Romania. Il clima era assolutamente differente da quello di oggi. Intanto la visita del vescovo di Roma fu organizzata in sinergia tra l’apparato statale e la Chiesa ortodossa romena che rappresenta la maggioranza confessionale (oltre il 80%). Il clima sociale aveva un altro volto o, potremmo dire, un’altra speranza. Dopo decenni di dittatura comunista il Paese respirava un’aria di libertà: era animato da un forte desiderio di rinascita, da una grande aspirazione di riscatto non solo morale ma anche economico. Il primo decennio dopo la rivoluzione è stato il periodo dei sogni in cui ognuno pensava di dare il proprio contributo per riportare la nazione a quello splendore e ricchezza che il comunismo aveva annichilito. Questo entusiasmo lo si respirava ovunque.

E Giovanni Paolo II intercettò questo clima di rinascita. Perché l’unità?
La visita di Giovanni Paolo II, che come tutti sappiamo ha dato un contributo significativo alla caduta del comunismo, era vista anche come un incoraggiamento a non fermarsi, a non piangere sui ricordi di un passato doloroso ma a ritrovare la forza di risollevarsi e costruire un mondo migliore. Certo in questo clima di euforico slancio verso un domani migliore, entrava anche l’aspirazione all’unità. Vedete, indipendentemente da fanatiche posizioni, la Chiesa ortodossa ha sempre cercato l’Unità e forte è il desiderio di vedere la Chiesa di Cristo unita. L’invocazione all’unità della fede è presente sistematicamente nei formulari di preghiera: dalla Divina Liturgia alla più piccola, ma non insignificante, funzione rituale. È chiaro che, e lo ribadiva lo stesso Giovanni Paolo II, l’unità si costruisce nella verità e nella carità.

Si sapeva che alla verità ci si doveva arrivare, ma si rallegravano tutti dell’unità nella carità: almeno quella era davanti ai propri occhi.

20 anni dopo, che fine ha fatto quell’aspirazione all’unità delle Chiese e dei popoli?
La Chiesa ortodossa romena, prima di tutto è una fedele obbediente alla parola del Vangelo e soprattutto alla preghiera di Cristo stesso nel Getsemani, prima della Sua passione. Una supplica rivolta al Padre: “… che tutti siano una cosa sola come tu sei in me, O Padre ed io in te” (Gv 17,20-26). In secondo luogo, oggi come ieri, la Chiesa ortodossa si adopera a lavorare per l’unità, perché l’unità è la risposta più eloquente a un mondo, soprattutto quello occidentale, che ha decretato la morte di Dio, a una società che non riconosce più l’origine dei suoi valori e che ha eretto sé stessa ad anfitrione del bene. Questa “cultura” contemporanea che, come la torre di Babele, si innalza arrogante verso le altezze del proprio orgoglio, cadrà su se stessa perché si è auto-privata delle fondamenta, le sue radici cristiane.

Oggi più che mai l’unità rappresenterebbe una risposta di speranza e di salvezza.

Ma, per la Chiesa ortodossa romena, come per tutto il Pleroma ortodosso, l’unità è condizionata dalla Verità di fede, perché, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Quindi ciò che dà senso al mondo, alla vita, alla storia, non è ciò che appare ma ciò che salva è la Verità, Cristo stesso è la salvezza. Tutto questo per noi cristiani rappresenta la bellezza mistica che abbraccia tutto e tutti in una sinfonia liturgica: la “bellezza salverà il mondo”, come dice Solov’ev.

Con quali attese e speranze si guarda a questa visita? Riuscirà Papa Francesco a toccare i cuori dei romeni?
Il popolo romeno sa riconoscere il bene, indipendentemente da dove esso proviene. Sa fare tesoro di una parola buona, di una parola di speranza: non ha importanza quale sia l’autorità che la proferisce. Sa accogliere il forestiero e il bisognoso, senza che gli chieda di che religione sia, né da dove provenga. Questa apertura gli ha dato la caratteristica di essere denominato “Umano”, termine tradotto dal rumeno che non dice tutta la sua portata (in romeno omenie = carico di umanità). Ma è anche un popolo che sa lottare e morire per la sua fede, per la sua patria. Quindi crediamo che la Romania accoglierà ogni messaggio di bene e di speranza. E con le ragioni del proprio patrimonio culturale e di fede, integrato a tutto ciò che fa bene ed è il vero bene, saprà farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo che, in fondo, è abitato da noi ma appartiene a Dio, e noi romeni a Dio vogliamo rendere gloria per ogni bene.

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