Dall’episcopato al monastero, la storia di mons. Lorenzo Voltolini: “È giunto per me il tempo di andare nelle radici”

Mons. Voltolini lascia la guida dell’arcidiocesi di Portoviejo in Ecuador, per entrare nel monastero trappista di Santa Maria del Paradiso a Salcedo in Cotopaxi. “Ho 70 anni – racconta – di questi ne ho trascorsi 25 qui a Portoviejo, 14 da ausiliare e 11 da arcivescovo. Ho 44 anni di sacerdozio, di cui quasi 25 come vescovo”. Nei prossimi giorni, prima di entrare in monastero, tornerà in Italia in occasione della canonizzazione di Papa Paolo VI

Da vescovo a semplice monaco. Questa la scelta di mons. Lorenzo Voltolini, che lascia la guida dell’arcidiocesi di Portoviejo in Ecuador, per entrare nel monastero trappista di Santa Maria del Paradiso a Salcedo in Cotopaxi. “Ho 70 anni – racconta – di questi ne ho trascorsi 25 qui a Portoviejo, 14 da ausiliare e 11 da arcivescovo. Ho 44 anni di sacerdozio, di cui quasi 25 come vescovo”. Nei prossimi giorni, prima di entrare in monastero, tornerà in Italia in occasione della canonizzazione di Papa Paolo VI.

Mons. Voltolini, quando è nato il suo desiderio di entrare in monastero?
Nel 2007 il parroco del mio paese, Poncarale, don Giancarlo Scalvini, mi ha regalato il libro “Tre frati ribelli”, di Marcel Raymond, che racconta la storia e l’avventura dei fondatori dei monaci bianchi. Lo stava leggendo proprio nei giorni in cui era venuto in Ecuador per il mio ingresso come arcivescovo a Portoviejo, e me lo ha lasciato. L’ho letto tutto d’un fiato. Da quell’anno ho iniziato a frequentare regolarmente il monastero trappista di Santa Maria del Paradiso a Salcedo in Cotopaxi. Ogni anno vi trascorrevo un periodo di ritiro e preghiera. Poi, nel 2014, ho consegnato una lettera al superiore della comunità, in cui gli manifestavo il desiderio di abbracciare la vita monastica, di spogliarmi di tutto e di vivere come un semplice monaco, senza alcun incarico o privilegio.

La sua può essere letta come una fuga dal mondo…
Non è un fuga dal mondo, non voglio ritirarmi come un eremita. E non vado in monastero per trovare una buona infermeria, dove trascorrere gli anni della vecchiaia.

Desidero fare, da semplice monaco, vita di comunità e dedicare il mio tempo alla ricerca costante dell’incontro con Dio. In totale povertà.

Con il passare degli anni ho sentito crescere in me l’attrazione per la vita monastica, che prima non conoscevo, per il silenzio e l’“ora et labora” così come lo vivono i monaci trappisti secondo la regola cistercense. Una volta ho chiesto al superiore della comunità di Santa Maria del Paradiso perché tanti giovani vanno in monastero, ma poi non ci restano. E lui, con molta schiettezza, mi ha risposto che i giovani che entrano in Seminario hanno la prospettiva del contatto con la gente, che può soddisfare anche un certo orgoglio personale. “Chi entra qui – mi ha detto –, viene per morire a se stesso e per essere utile alla Chiesa come il grano caduto in terra, che muore ma poi porta molto frutto”.

Come è stata accolta questa sua decisione da parte dei fedeli?
La prima reazione è stato lo stupore. Anche tra i miei collaboratori. Mi era capitato di parlare della mia inclinazione alla vita contemplativa, ma nessuno di loro si aspettava questa tempistica; pensavano che prima avrei finito il piano pastorale che abbiamo iniziato. La domanda più frequente che mi sono sentito rivolgere in questi giorni è “perché proprio la vita contemplativa?”. Ho sempre detto che avrei desiderato trascorrere gli anni della vecchiaia in monastero o al Cottolengo, dove in passato ho prestato servizio come volontario. La realtà del Cottolengo mi ha sempre attirato, tanto che dopo che sono stato ordinato arcivescovo di Portoviejo, è stata aperta una “Casa” anche qui in diocesi. E poi, se riflettiamo bene, nel Cottolengo c’è un monastero che appoggia e sostiene con la preghiera la vita attiva delle suore che assistono i malati.

Come ha spiegato alla gente il suo prossimo passaggio dalla vita attiva alla vita contemplativa?
Ho usato un’immagine tratta dalla natura: i pesci e le rane prima depongono le uova e poi le fecondano. In questi anni ho cercato di seminare la Parola di Dio e in futuro il mio impegno sarà quello di fecondare quanto ho seminato con la preghiera. Lascio ora ad altri, più giovani di me, il compito di andare avanti con le cose. Un’altra immagine a me cara, è quella dell’albero. Quando uno perde i genitori o qualche persona cara, non li vede più perché vanno “nelle radici” dell’albero. Ma non spariscono. Da lì saranno sempre utili, perché sulle radici poggiano il tronco, i rami e le foglie. Io mi metterò “nelle radici” e lascio ad altri il compito di stare “nel tronco” e “nelle foglie”. E

dalle radici sarò utile anche nell’invisibilità della vita attiva.

In questi giorni, lei ha detto che su questa sua scelta è pesato sicuramente il terremoto del 2016, che nella diocesi di Portoviejo ha provocato molte vittime e gravi danni…
Dopo le 18.58 del 16 aprile 2016 la mia vita è diventata più frenetica. I primi giorni abbiamo cercato di soccorrere le persone e poi si è pensato subito alla ricostruzione. E non parlo solo di quella materiale. C’erano da ricostruire le famiglie e la comunità. Il terremoto ha portato un cambio di mentalità all’interno delle parrocchie e si sono sviluppate le Caritas parrocchiali. Prima, infatti, la Caritas era vissuta solo come una realtà diocesana che si occupava di grandi progetti; dopo quel 16 aprile si è sviluppata nelle parrocchie un’attenzione per le piccole cose di ogni giorno, per le necessità del vicinato.

In questi ultimi due anni grande è stato il vostro impegno per promuovere e sostenere la ricostruzione. Come proseguono i cantieri?
La ricostruzione materiale prosegue secondo i programmi. Molto è stato fatto e qualcosa resta ancora da portare a termine, come ad esempio il rifacimento dell’interno della cattedrale di Portoviejo. Ci sono poi altre chiese che hanno bisogno di essere ancora consolidate, ma speriamo di giungere entro un anno alla conclusione di tutti i lavori.

C’è, tra questi, un progetto che avrebbe avuto piacere di portare a termine e che affida ora al suo successore?
Nel 2020 è prevista la fine della prima fase del piano pastorale che abbiamo lanciato, non senza fatica, in questi anni. A sancire la fine di questo primo capitolo del lavoro pastorale ci sarà il Congresso eucaristico. Questo è un progetto che mi sarebbe piaciuto portare a termine e che affido al mio successore e ai miei collaboratori. In questi anni sono già nati begli esempi di parrocchie che si stanno ristrutturando come comunità attorno all’Eucaristia.

Abbiamo parlato di “ricostruzione” e, ascoltandola, mi viene in mente l’invito che il Crocifisso fa a san Francesco: “Va’ e ricostruisci la mia casa…”.
La prima casa che siamo chiamati a ricostruire – prima ancora delle case e delle chiese – è noi stessi. Io ora ho bisogno di fare un salto nella mia vita. Ho lavorato molto e forse ho pregato troppo poco. Ora approfondirò, in semplicità, il mio rapporto con Cristo.

Nella pastorale siamo abituati a fare tanto per gli altri, che spesso ci dimentichiamo che anche noi abbiamo bisogno di avere tempo e modo di maturare e crescere nella fede.

Tra qualche giorno, prima di entrare in monastero, lei tornerà in Italia per partecipare alla canonizzazione di papa Paolo VI. Che cosa la lega alla figura di Papa Montini? Lo ha conosciuto?
Ho avuto modo di conoscere Paolo VI nel suo primo anno di pontificato, in occasione di un incontro con i circoli missionari dei Seminari bresciani. È stato un momento in cui ho respirato l’iniezione di universalità che Papa Montini stava dando alla Chiesa. E poi c’è stato il mio parroco, don Angelo Bonetti, che oggi è canonico del duomo di Brescia e che ha scritto decine di libri su Paolo VI. Leggendo i suoi libri ho apprezzato l’amore di Papa Montini per la liturgia e la profondità del suo pensiero. Ricordo ancora che diceva che il mondo di oggi non ama i maestri, ma i testimoni, e che apprezza i maestri solo quando sono testimoni attendibili. Io non sono mai stato un maestro, spero almeno di essere un testimone e spero che questa mia scelta faccia del bene alla comunità.

Se a Roma avrà la possibilità di incontrare Papa Francesco, cosa gli dirà?
Lo ringrazierò per aver accolto la mia richiesta e aver dato risposta ad un mio desiderio profondo.

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