Papa Francesco e la Cina. Padre Lombardi: “L’Accordo aiuta a riconciliarsi e superare le ferite del passato”

"Se l’Accordo mira a mettere in comunione il Papa con tutti i vescovi che sono in Cina, questa è la premessa per cui tutti i cattolici cinesi possono sentirsi in comunione con il Papa e, quindi, riconciliati tra loro, perché uniti allo stesso Capo della Chiesa universale. L’Accordo costituisce, pertanto, la premessa per la riconciliazione dell’intera comunità cattolica cinese in cui non ci si sente più parte di una Chiesa divisa e in conflitto. Il fatto di sentire che il Papa è il Papa di tutti, aiuta a riconciliarsi, a superare le ferite del passato, a guardare in avanti, a rilanciarsi sulla via della evangelizzazione e del servizio fedele al Vangelo nella società in cui si vive"

“Questo Accordo è un primo passo. Dimostra, però, che c’è stata una capacità di dialogare e arrivare anche ad intendersi. Ci sono tanti altri punti e argomenti concreti che riguardano la vita della Chiesa che possono essere affrontati. Il fatto però che sia stato raggiunto un risultato positivo, lascia sperare che ne possano seguire degli altri, che ci possa essere uno sviluppo”. Guarda già al futuro padre Federico Lombardi. Per 10 anni alla guida della sala stampa vaticana, ha seguito da vicino il lungo e complesso dialogo istituzionale della Santa Sede con le autorità governative cinesi, inaugurato da Giovanni Paolo II e proseguito con Benedetto XVI. Ora dal privilegiato osservatorio della storica rivista dei gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, commenta l’Accordo provvisorio stipulato nei giorni scorsi a Pechino.

Perché ora e perché con Papa Francesco?
Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Francesco ha manifestato con molta vivacità, chiarezza e calore il suo atteggiamento positivo nei confronti del popolo cinese, della sua cultura e della sua storia. Ha fatto anche riferimento al grande missionario Matteo Ricci.

Il Papa ha fatto il suo passo avanti

e questo atteggiamento costruttivo che naturalmente mira solo al bene della Chiesa in Cina, ha creato una premessa certamente positiva. Credo abbia influito anche il ruolo che Papa Francesco oggi svolge nel mondo come leader di pace, di armonia tra le Nazioni, d’impegno per la cura del creato, per la giustizia sociale. Sono tutti temi che sono apprezzati e seguiti con molto interesse in Cina. Tutto ciò ha creato una premessa in cui la ripresa dei contatti, che c’erano già stati in precedenza ma si erano raffreddati, è diventata possibile.

Cosa ha spinto invece la Cina ad aprire le sue porte?
Anche la Cina desidera essere presente in orizzonti mondiali e, in questa prospettiva, le occasioni di dialogo e di comprensione vengono colte come aspetti importanti da coltivare.

Vorrei anche sottolineare l’atteggiamento dei cattolici cinesi che da tempo lunghissimo, da sempre, si è manifestato desideroso e fedele nel suo riferimento al Papa e all’unità della Chiesa universale.

È stato lo sfondo su cui i contatti hanno potuto maturare riconoscendo l’importanza e la positività di una unione della Chiesa in Cina e la Chiesa universale per il servizio stesso che la Chiesa in Cina desidera fare al suo Paese e al suo popolo.

Nel messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale, il Papa spiega perché l’Accordo mette come primo punto della trattativa la questione delle nomine dei vescovi. Si tratta di un nodo complicato e delicato perché da il via ad un processo di scelta dei candidati, proposta e approvazione. Che prospettive di trattative si aprono a questo punto?
Si tratta, secondo me, di capire bene perché le nomine sono importanti e perché sono il primo punto di questi rapporti. Il fatto è che nella Chiesa cattolica sparsa nel mondo, la comunione e, cioè,

il rapporto di unità passa attraverso il rapporto tra il Papa e i vescovi.

La Chiesa cattolica è una comunità che ha anche una sua struttura, una sua visibilità, una sua organizzazione. Come il Concilio ha messo in rilievo, il ruolo dei vescovi risale alla nomina degli Apostoli da parte di Gesù e fa parte quindi delle origini e della Costituzione stessa della Chiesa. L’unione della Chiesa si realizza e si garantisce attraverso l’unione tra il Papa e i vescovi. Se i vescovi non ci sono o se sono nominati contro la volontà del Papa o indipendentemente dal suo mandato, manca questo tipo di rapporto di comunione che nella visione cattolica è fondamentale. Se questo rapporto non viene risolto, rimane una situazione sospesa e precaria.

Perché in Cina è difficile?
Nel rapporto con la Cina, questo aspetto rappresenta un punto delicato perché il Papa non vive in Cina e se uno ha una visione puramente umana o politica delle cose o non si comprende la natura religiosa, spirituale e pastorale del rapporto tra il Papa e i vescovi, può sembrare che ci sia una interferenza dall’esterno che entra sul territorio e nella vita del Paese. Si tratta, quindi, di superare questo blocco. L’unione tra il Papa e i vescovi non è una interferenza di carattere politico ma una unione di carattere spirituale e religioso che porta al bene della stessa comunità ecclesiale in Cina. Essa rimane pienamente cinese perché

non c’è alcuna contraddizione tra l’essere in unione con il Papa e l’essere pienamente cinesi.

Alcuni oggi si pongono la domanda sul valore delle sofferenze, spesso un vero martirio, che sono state vissute da chi è rimasto fedele al Papa. Come risponde a queste critiche?
Se, come abbiamo detto, l’Accordo mira a mettere in comunione il Papa con tutti i vescovi che sono in Cina, questa è la premessa per cui tutti i cattolici cinesi possono sentirsi in comunione con il Papa e quindi riconciliati tra loro, perché uniti allo stesso Capo della Chiesa universale. L’Accordo costituisce pertanto la premessa per la riconciliazione dell’intera comunità cattolica cinese in cui non ci si sente più parte di una Chiesa divisa e in conflitto.

Certamente siamo di fronte oggi ad una storia difficile, e come tale, lascia sempre dei segni e delle ferite nelle persone.

Il fatto però di sentire che il Papa è il Papa di tutti, aiuta tutti a riconciliarsi, a superare le ferite del passato, a guardare in avanti, a rilanciarsi sulla via della evangelizzazione e del servizio fedele al Vangelo nella società in cui si vive.

Che effetto le fa sapere che al Sinodo dei giovani parteciperanno anche vescovi cinesi?
La partecipazione di vescovi cinesi al Sinodo era un problema che si era posto già al Concilio ecumenico al quale non avevano partecipato vescovi cinesi dal continente. Avevano partecipato vescovi cinesi che erano stati in Cina ma che non vivevano più nel territorio della Repubblica popolare cinese, e questo sin da allora era stato sentito come un dolore. Se adesso dei vescovi cinesi possono venire a partecipare al Sinodo, è un segno positivo, un segno incoraggiante che aiuta a capire gli effetti positivi che possono seguire da questo primo passo.

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