Intercomunione e matrimoni misti: 5 cose da sapere. Questione aperta, tutt’altro che risolta

Cinque cose da sapere sull'intercomunione e i matrimoni misti. Le abbiamo chiesto don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo, dopo la discussione che è emersa tra i vescovi tedeschi sulla partecipazione comune all’Eucaristia. "La questione - dice - è tutt’altro che semplice, ma è anche tutt’altro che definitivamente risolta. Si tratta quindi di capire come andare avanti; ma con la certezza che passi significativi per una comunione sempre più concreta tra le Chiese sono assolutamente possibili".

Intercomunione e matrimoni misti: vale a dire la possibilità che, quando marito e moglie sono entrambi cristiani ma appartenenti uno alla Chiesa luterana e l’altro alla Chiesa cattolica, l’uno possa partecipare alla celebrazione dell’altro (e fin qui non c’è niente di strano) anche facendo la comunione (cosa che di per sé crea qualche problema). Una questione spinosa, evidentemente non del tutto chiarificata e risolta, che si è concretizzata in una discussione molto articolata all’interno dell’episcopato tedesco. Tutto ha inizio quest’anno nel mese di febbraio, quando i vescovi riuniti in sessione plenaria approvano un Sussidio pastorale dal titolo “Camminare con Cristo – sulle orme dell’unità. Matrimoni misti e partecipazione comune all’Eucaristia”. Più di tre quarti dei membri della Conferenza episcopale hanno approvato il testo. Ma un numero non indifferente di pastori – tra i quali sette vescovi diocesani – non si sono sentiti in grado, per vari motivi, di dare il loro assenso. Questi sette vescovi si sono così rivolti alla Santa Sede e sono stati convocati a Roma il 3 maggio scorso per un incontro con i responsabili della Congregazione per la dottrina della fede, del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi. L’indicazione “finale” di Papa Francesco è di “trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime”. Per capire cosa sta succedendo e soprattutto quali sono le “questioni aperte” in discussione, abbiamo chiesto a don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo, di individuarci 5 cose da sapere. Il riferimento – ci dice subito – è il Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo. Sebbene risalga al 1993, rappresenta comunque un vero e proprio “vademecum”.

  1. Per un cattolico, partecipare pienamente (ovvero facendo la comunione) all’Eucaristia presieduta da ministri di altre Chiese non è possibile. “Poiché la concelebrazione eucaristica è una manifestazione visibile della piena comunione di fede, di culto e di vita comune della Chiesa cattolica, espressa dai ministri di questa Chiesa, non è permesso concelebrare l’Eucaristia con ministri di altre Chiese o comunità ecclesiali”. È quanto viene precisato al paragrafo 104/e dei Principi generali, anche se subito dopo al paragrafo 123 il Direttorio apre un piccolo spiraglio, nella parte relativa ai membri delle varie Chiese orientali e afferma: “È lecito a ogni cattolico, per il quale sia fisicamente o moralmente impossibile accedere al ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi da parte di un ministro di una Chiesa orientale”. Per quale motivo? Semplicemente perché quello che le Chiese ortodosse dicono relativamente ai sacramenti e al ministero ordinato di vescovi, preti e diaconi è sostanzialmente condiviso anche dalla Chiesa cattolica.
  2. “Fare” la comunione, secondo la visione cattolica, significa anche “essere” in comunione con la Chiesa a cui si appartiene e con ciò che essa dice, o almeno cercare di esserlo. Più restrittive quindi sono le norme relative alle altre Chiese e comunità ecclesiali e al paragrafo 129 si ribadisce che “la comunione eucaristica è inseparabilmente legata alla piena comunione ecclesiale e alla sua espressione visibile”. Se appunto con le Chiese ortodosse siamo sostanzialmente d’accordo su ciò che intendiamo per Eucaristia e ministero, le Chiese legate alla Riforma di Lutero invece hanno una diversa interpretazione del ministero e ciò che esse credono relativamente a come il Signore sia presente nel pane e nel vino non equivale a quello che credono tanto la Chiesa cattolica quanto le Chiese ortodosse.
  3. Il Battesimo è ciò che lega tutti i cristiani “in una comunione reale, anche se imperfetta”. È ciò che afferma il Direttorio nello stesso paragrafo 129. La Chiesa cattolica pertanto riconosce che “in certe circostanze, in via eccezionale e a determinate condizioni, l’ammissione a questi sacramenti può essere autorizzata e perfino raccomandata a cristiani di altre Chiese e Comunità ecclesiali”. È da notare che quando i documenti ufficiali parlano di “Comunità ecclesiali” intendono le Chiese legate alla Riforma del XVI secolo, cioè quelle che in generale vengono identificate come “le Chiese protestanti”. In questo paragrafo 129 del Direttorio c’è un’affermazione molto importante. Secondo la visione cattolica quindi (e di per sé anche i protestanti, su questo, sono d’accordo) è proprio il battesimo a costituire l’elemento principale di comunione tra tutti i cristiani di tutte le Chiese.
  4. Chi decide e quali sono le condizioni perché un cristiano non cattolico possa partecipare pienamente all’Eucaristia in una Chiesa cattolica. È il vescovo diocesano, tenendo conto delle norme che possono esser state stabilite in tale materia dalla Conferenza episcopale o dai Sinodi delle Chiese orientali, a fissare le norme generali che permettano il discernimento delle “situazioni di grave e pressante necessità” e la verifica delle condizioni. Le condizioni sono precisate al paragrafo 131. Occorre cioè verificare che la “persona sia nell’impossibilità di accedere ad un ministro della sua Chiesa o Comunità ecclesiale per ricevere il sacramento desiderato, che chieda del tutto spontaneamente quel sacramento, che manifesti la fede cattolica circa il sacramento chiesto e che abbia le dovute disposizioni”. Se le condizioni possono sembrare piuttosto strette, esse però affermano anche che non c’è mai un divieto assoluto.
  5. Che cosa ha detto Papa Francesco. Nel 2015, durante la visita alla Chiesa luterana di Roma, Papa Francesco rispondendo a una domanda aveva affermato: “Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei – ha continuato il Papa, rivolgendosi alla signora che aveva posto la domanda – è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo”. Ma nell’esortazione apostolica Amoris laetitia, si torna a ribadire nel paragrafo 247 che, “sebbene gli sposi abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’Eucaristia non può che essere eccezionale e, in ogni caso, vanno osservate le disposizioni indicate”.

In conclusione: “La questione è tutt’altro che semplice, ma è anche tutt’altro che definitivamente risolta”, commenta don Bettega. “Il cammino di riflessione, di ascolto reciproco, di ricerca di vie comuni tra le Chiese per superare le divisioni che ancora permangono, non si è arrestato. Si tratta quindi di capire come andare avanti; ma con la certezza che passi significativi per una comunione sempre più concreta tra le chiese sono assolutamente possibili”.

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