Il primo corridoio umanitario aperto dalla Libia. Le storie dei profughi

Tra il passato dell’ingegnere eritreo e la storia della donna-coraggio che ha abbandonato l’esercito, sognando la libertà di una vita nuova, scorrono i volti e i nomi di altre 158 persone, che hanno conosciuto sofferenze e abiezione, violenze e fame, durante il loro esodo dall’Africa o nei centri di detenzione libici

Beniam ricorda i principi della termodinamica. Saltella tra l’italiano e il tigrino per indicare i prestiti linguistici. E lo fa con grande facilità. Così, dalla parola ‘sedia’ alla mortadella a colazione, passa in rassegna espressioni e tradizioni italiane che, dopo un secolo, sopravvivono ancora oggi in Eritrea, prima colonia del Regno d’Italia in Africa. Nel nome di Eden, l’auspicio di una vita felice. Ma un paradiso, questa donna di 43 anni, non lo ha mai conosciuto. Oggi racconta di “condizioni infernali” vissute durante la fuga dal suo Paese di origine. Tra il passato dell’ingegnere eritreo e la storia della donna-coraggio che ha abbandonato l’esercito, sognando la libertà di una vita nuova, scorrono i volti e i nomi di altre 158 persone, che hanno conosciuto sofferenze e abiezione, violenze e fame, durante il loro esodo dall’Africa o nei centri di detenzione libici. Parentesi di passato interrotte dall’avvio del primo corridoio umanitario aperto dalla Libia, grazie all’impegno del governo italiano e della Cei, nei giorni che hanno preceduto il Natale. Centosessanta profughi sono giunti a bordo di un aereo militare nell’aeroporto di Pratica di Mare (Pomezia). Poi, il trasferimento nelle strutture delle Caritas di quindici diocesi. E l’inizio di una nuova vita.

Il sogno italiano di un ingegnere eritreo. Una laurea in ingegneria non è bastata a Beniam, 34 anni, per reggere l’impatto della dittatura in Eritrea, dove ha lasciato moglie e figlio di tre anni.

L’arrivo a Treviso, nelle scorse settimane, in una struttura della Caritas, gli ha permesso di riabbracciare, dopo 12 anni, il fratello che vive in Svizzera, giunto appositamente in Veneto.

“Da una parte, quest’ultimo in salute, in carne, ben vestito; dall’altra, Beniam, provato dalla fatica del viaggio, dal sole e dal deserto. È stata una grandissima gioia vederli abbracciare”, racconta Stefania Stipitivich, operatrice della Caritas Tarvisina. Quello dell’ingegnere eritreo è stato un viaggio intriso di sofferenze, patite in Sudan, e di prigionia, per diversi mesi, in Libia, in un centro di detenzione. L’uomo parla quattro lingue e, oltre a essere ingegnere e linguista, si è fatto mediatore e punto di riferimento per altri due ragazzi, accolti con lui a Treviso: Muller e Alemajou.

Il paradiso desiderato da una donna-coraggio. Arezzo è stata la destinazione di Eden, in fuga dall’Eritrea con la figlia di 5 anni. Il suo rifiuto nei confronti della dittatura l’ha proiettata lontano da casa, lontano dalla sua Patria. Dal 1994, per alcuni anni, era stata integrata obbligatoriamente nell’esercito. Un tempo interrotto dal desiderio di una prospettiva diversa, di pace. E da un destino segnato. Il primo approdo, dopo aver attraversato la frontiera del suo Paese d’origine, è stato il Sudan, dove è rimasta, per alcune settimane, in un campo profughi. Quindi, il viaggio per la Libia, pagando cinquemila dollari ai trafficanti. “Ci ha detto che è stato difficile vivere lì soprattutto per le sofferenze fisiche e la mancanza di igiene, di cure e di cibo”, raccontano gli operatori della Caritas aretina che l’hanno accolta. Durante l’anno in Libia, Eden si è spostata in varie parti del Paese per evitare la detenzione. Era riuscita anche a partire per l’Italia, assieme alla figlia, a bordo di un barcone. Il motore, però, si è guastato poco dopo le prime miglia. Così il ritorno sulle coste libiche.

In Eritrea, ad Asmara, sono rimasti gli altri due figli col nonno anziano e povero. Ma, adesso, il paradiso sognato da Eden è l’abbraccio del marito, che vorrebbe raggiungere in Svezia.

Le ferite degli abusi sui corpi delle giovani donne. Poco più di vent’anni e una vita già segnata dalle violenze e dalle ferite impresse sul proprio fisico dai trafficanti. C’è chi non ha retto e ha proiettato se stessa in un modo ‘altro’, perdendo di vista il senso della realtà. È quanto successo ad Ashe, etiope. “Da un primo screening sanitario è risultata soffrire di un disagio mentale causato dalle violenze subite”, spiegano gli operatori della Caritas di Firenze, che l’hanno accolta. Nel suo passato l’impiego come collaboratrice domestica, in Etiopia. “Adesso abbiamo cercato di creare un clima di comfort per starle vicini”. Bahta, invece, è arrivata a Teggiano con i denti rotti, segno delle percosse ricevute dai diversi sfruttatori. È passata, di mano in mano, da un trafficante all’altro. Yordanos, 28 anni e un figlio, ha raccontato a chi l’ha accolta, a San Remo, di “essere stata venduta e comprata per quattro volte, finché non è arrivata la liberazione e l’affidamento all’Unhcr”. Un’altra ragazza, invece, è arrivata nella sede del centro di accoglienza di Termoli con le stampelle per una frattura calcificata male. “Dopo aver effettuato i controlli sanitari sulle donne che abbiamo accolto, il medico e una mia collega sono scoppiate a piangere. Hanno detto di non avere mai visto prima d’ora corpi così segnati delle violenze”, racconta Luca Scatena, responsabile del progetto Sprar “Rifugio sicuro”, realizzato dalla Caritas diocesana, riferendosi alle otto donne di nazionalità eritrea e somala. Quattro sono mamme. Tutte giovanissime, tra i 23 e i 25 anni. “Per loro saranno avviati percorsi di assistenza psicologica. Presumiamo che le violenze siano state compiute nei centri di detenzione libici”.

La nuova vita in Europa. Già dai primi giorni in Italia, i 160 profughi accolti dalle Caritas diocesane hanno rivolto lo sguardo al futuro. Alcuni hanno scelto ulteriori mete e destinazioni, altri invece hanno piazzato i primi tasselli per cominciare a costruire in Italia la loro nuova vita. Così Fairoz, Zabib, Bsirat e Sanboto, accolte a Chianche, in provincia di Avellino, frequentano corsi di formazione e orientamento al lavoro. Dopo il loro arrivo a Biella, invece, venti profughi hanno chiesto di poter effettuare i ricongiungimenti familiari. Alcuni di loro intendono raggiungere i parenti in Svezia e in Germania, altri in Norvegia. “Intanto, noi spieghiamo che possono farlo in modo legale – afferma una delle operatrici – e che non è necessario attraversare il Brennero a piedi, rischiando di congelare”.

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