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Pentecoste. L’umanità non è sola

I cinquanta giorni del tempo pasquale hanno fatto risuonare in noi il passaggio del Mare dei Giunchi; ci ha fatti passare nel mistero doloroso della Passione del Messia Gesù Cristo; ci ha avvolti nella luce del Risorto. Poi ripiombiamo nel grigiore dei dissensi, delle tragedie come se niente fosse? Il Risorto non ha lasciato la storia dell’umanità sprovveduta, ci ha lasciato lo Spirito Santo, “il Dono pasquale per eccellenza”

… in quanto a cenere… Francesco fa sussultare… la coscienza si increspa, forse anche si demoralizza. Se ci guardiamo dentro: cenere… Se ci guardiamo intorno: cenere…
Non voglio scrutare il nostro oggi con sguardo critico, osservare i cumuli di cenere altrui mentre guardo me e il mio ambiente ricco di germogli fioriti.
Mi ritrovo, in realtà, imbrattata di cenere.
Ci potrebbe essere un messaggio più truce e fuori posto per inneggiare alla discesa dello Spirito?
Certamente sì, qualora Francesco si fosse adagiato nella cenere.
Invece: certamente no.
Perché la strada l’ha indicata chiaramente.
I cinquanta giorni del tempo pasquale hanno fatto risuonare in noi il passaggio del Mare dei Giunchi; ci ha fatti passare nel mistero doloroso della Passione del Messia Gesù Cristo; ci ha avvolti nella luce del Risorto.
Poi ripiombiamo nel grigiore dei dissensi, delle tragedie come se niente fosse?
Il Risorto non ha lasciato la storia dell’umanità sprovveduta, ci ha lasciato lo Spirito Santo, “il Dono pasquale per eccellenza”.
Francesco ci insegna che porta due novità:

  • “Lo Spirito fa dei discepoli un popolo nuovo”: ognuno è chiamato in causa, su di ognuno è disceso lo Spirito ma tutti, proprio tutti, vengono da Lui messi in comunicazione;
  • “Crea nei discepoli un cuore nuovo”: una creazione che muta il nostro sentire profondo, la nostra capacità di decisione, che indica alla libertà come donarsi e consegnarsi al grande mistero dell’amore.

Non avviene automaticamente. Come automaticamente non è avvenuto agli apostoli.
Lo dimostra tutta la storia della Chiesa che attraversa le storie dei popoli, delle nazioni, di ciascuna persona che sia esistita.
Ancora una volta: ceneri.
Solo ceneri? Tuttavia, se si scorge un mucchio di cenere, bisogna supporre che ci sia stato un fuoco, che sia arso, che abbia consumato, che abbia bruciato.
Se lasciamo che lo Spirito soffiando allontani le ceneri, le disperda, allora possiamo sperimentare il Fuoco che arde con il quale, come ha detto Francesco alla Veglia di Pentecoste del Rinnovamento Carismatico, possiamo lanciarci:

“Per annunciare la Buona Novella a tutti i popoli! Per dimostrare che la pace è possibile. Non è tanto facile dimostrare a questo mondo di oggi che la pace è possibile, ma in nome di Gesù possiamo dimostrare con la nostra testimonianza che la pace è possibile! Ma è possibile se noi siamo in pace tra noi”.

Se ci lasciamo trapassare dal Fuoco possiamo evitare due tentazioni ricorrenti:

  • “Quella di cercare la diversità senza l’unità. Succede quando ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione”.
  • “Quella di cercare l’unità senza la diversità. In questo modo, però, l’unità diventa uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo. Così l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà”.

Egli ci guida ad una meta preziosa, ardua ma sicura:

“Pur mostrando che abbiamo differenze – ma questo è ovvio, abbiamo differenze -, ma che desideriamo essere una diversità riconciliata. Ecco, questa parola non dobbiamo dimenticarla ma dirla tutti: diversità riconciliata. E questa parola non è mia, non è mia. È di un fratello luterano. Diversità riconciliata”.

Impegno nostro ma soprattutto dono del Dono: unica strada che può rimuovere la nostra e altrui cenere, far risplendere il guizzo e il riverbero del Fuoco che illumina.
Dobbiamo imparare a chiedere, a supplicare:

“Lo Spirito è il primo dono del Risorto e viene dato anzitutto per perdonare i peccati. Ecco l’inizio della Chiesa, ecco il collante che ci tiene insieme, il cemento che unisce i mattoni della casa: il perdono. Perché il perdono è il dono all’ennesima potenza, è l’amore più grande, quello che tiene uniti nonostante tutto, che impedisce di crollare, che rinforza e rinsalda. Il perdono libera il cuore e permette di ricominciare: il perdono dà speranza, senza perdono non si edifica la Chiesa”.

Solo allora non avremo più paura, non produrremo più scorie, gli scotomi si tramuteranno in lampi di luce:

“Spirito di Dio, Signore che sei nel mio cuore e nel cuore della Chiesa, tu che porti avanti la Chiesa, plasmandola nella diversità, vieni. Per vivere abbiamo bisogno di Te come dell’acqua: scendi ancora su di noi e insegnaci l’unità, rinnova i nostri cuori e insegnaci ad amare come Tu ci ami, a perdonare come Tu ci perdoni. Amen”.

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